giovedì 19 febbraio 2015

La forza di Aristotele

C'è un passo della Fisica di Aristotele che viene solitamente utilizzato per criticare la fisica aristotelica, sostenendo che la fisica moderna ne avrebbe ormai mostrato l'infondatezza. Il passo è il seguente:
«Se A è il motore, B ciò che è mosso, C la quantità della lunghezza per la quale è stato mosso, e in quanto lo è stato, ossia il tempo, è indicato con D, allora nel tempo uguale la forza uguale indicata con A, muoverà la metà di B per un intervallo doppio dell'intervallo C per l'intervallo C nella metà di D. [...] E sia la metà della forza A e Z la metà di B: ebbene le cose stanno in modo simile e la forza è proporzionale al peso.» (Aristotele, Fisica, Libro VII, cap. 5, a cura di Marcello Zanatta, UTET, 1999, pp. 338-339)
Ebbene, in questo passo e con terminologia moderna, è evidente che secondo Aristotele la forza è uguale alla massa per la velocità di un corpo (f=mv), e ciò sarebbe in palese contrasto con la ben nota seconda legge di Newton secondo la quale la forza è invece uguale alla massa per l'accelerazione di un corpo (f=ma), legge fondamentale che permette di spiegare una varietà infinita di moti complessi.
Ci proponiamo qui di mostrare l'inconsistenza di questa critica ad Aristotele, sia nello specifico della definizione della forza, sia in generale come argomento che minerebbe tutta la fisica aristotelica.

martedì 3 febbraio 2015

La conoscenza "per connaturalità" delle verità di fede



Incontri, discussioni e letture varie mi hanno convinto che il pensiero cattolico contemporaneo (almeno la parte di esso più diffusa e visibile) sia troppo fideista, anche se dice di non esserlo, ma la cosa con il tempo credo si potrà aggiustare. Potrebbe essere solo una mia impressione e magari sto sbagliando, ma di fatto ormai da tempo tutti mi dicono più o meno le stesse cose: mi parlano di fiducia, di rapporto personale, di slancio, di abbandono, di scommessa etc. Ho il sospetto che ormai non mi verrà detto niente di molto diverso da questo. Ora, o sono io che non capisco quanto mi viene detto (e potrebbe pure essere), oppure c'è che nessuno (o quasi) finora sembra interessato a risolvere la questione teoretica fondamentale, ossia di come possa essere comunicata attraverso un rapporto intimo ed ineffabile una verità universale. Né potrò mai accettare il discorso che per renderci liberi Dio si nasconda. La libertà c'è solo nella verità, e non c'è nulla di nascosto che non debba essere rivelato.
La conferma di questa carenza del pensiero contemporaneo l'ho avuta ritornando ad un aspetto della dottrina del mio caro Tommaso che mai mi era stato suggerito prima, seguendo il consiglio di un amico che mi ha portato a conoscere quella che l'Angelico chiamava conoscenza "per quandam connaturalitatem" o "per modum inclinationis". Cerco di renderla come posso in poche parole.

venerdì 12 settembre 2014

L'etica dei pagani

Poiché si rimproverano spesso i cristiani di aver introdotto un'etica troppo rigida, in particolare sulla sessualità, sarà bene ricordare cosa scrissero in merito alcuni fra i più grandi filosofi pagani. Qui riporto alcuni passi di Platone, Aristotele e Porfirio, tratti rispettivamente dalle Leggi, Etica Nicomachea e Contro i cristiani.

martedì 29 luglio 2014

Hegel, Fabro e il problema del cominciamento

Raccolgo qui, a futura memoria, alcune riflessioni degli ultimi giorni a proposito della dialettica hegeliana. Non pretendo di esser chiaro ed esaustivo, in fondo questo blog è quasi un quaderno di appunti (e forse scriverò pure qualche fesseria, del resto sono un dilettante). Forse un giorno, mettendo tutto insieme, si riuscirà a cavarne un discorso organico, ma per ora lascio libero corso alle riflessioni così come vengono, poi si vedrà.
Da qualche mese mi sto dedicando a Hegel, guidato dalla lettura in parallelo del testo di Cornelio Fabro sulla dialettica hegeliana (una cui sintesi può essere scaricata qui). Fabro riconosce ad Hegel, più che ad ogni altro autore, la corretta impostazione del problema metafisico: 1) in filosofia il cominciamento ha da essere senza presupposti; 2) il cominciamento dovrà essere ritrovato alla fine come risultato; 3) il cominciamento si fa con l'essere. - Ad Heidegger poi riconosce nelle sue linee generali l'analisi dell'oblio dell'essere (l'essere come atto) in favore dell'ente nella storia della filosofia occidentale, ed è per questo che secondo Fabro le migliori introduzioni alla metafisica sono proprio Hegel ed Heidegger, autori con i quali tutti devono fare i conti, ma è in Tommaso che Fabro trova le soluzioni ai loro problemi -.
La principale critica che Fabro rivolge a Hegel è che se si tenta di fare il cominciamento, come lui fa, con l'essere indeterminato, vuoto intuire, puro intenzionare senza oggetto, la pretesa di questo essere di determinarsi dall'interno e fare poi il salto all'Assoluto mediante la doppia negazione (l'essere, che è negatività, si nega, riempiendosi), è priva di consistenza, come voler ottenere un numero finito elevando a potenza lo zero, è impossibile. Il procedere (che è un ritorno) hegeliano verso il risultato non sarebbe dunque che una petitio principii, lo si può fare solo perché si presume già la conclusione. Ed è per questo che Fabro considera inevitabili gli esiti della sinistra hegeliana, che rifiuterà di elevarsi al di sopra del finito e di giungere all'Assoluto.
All'essere vuoto di Hegel, Fabro contrappone l'ens di Tommaso. La forma participiale è infatti, scrive Fabro, il "plesso della concretezza", esprime l'essenza-che-è per l'atto d'essere, il plesso di esse-essentia, atto-contenuto. L'ens è originariamente sintetico, e si presenta dunque immediatamente come atto pieno di contenuto, atto di tutti gli atti, ed è nel suo presentarsi che la coscienza stessa viene posta in atto ed immediatamente riempita (la coscienza vuota, come pura intenzionalità senza oggetto, è solo una vuota astrazione, di fatto nulla).
La lettura fabriana di Hegel è certamente consistente, ma se posso permettermi dal basso delle mie povere conoscenze (a differenza di Fabro infatti io non mi sono letto in lungo e in largo Hegel, gli hegeliani, Heidegger, Kierkegaard etc.), a me pare che la sua critica sia eccessivamente unilaterale.
È certamente vero che Hegel insiste nel corso di tutta la sua Logica nel dire che l'essere è il nulla, ma al tempo stesso insiste anche sulla loro differenza, altrimenti non ci sarebbe alcun passaggio dialettico dall'uno all'altro, ma pura identità. Mi pare che l'unico modo per salvare la possibilità della dialettica essere-nulla, che nelle intenzioni di Hegel certamente va salvata e non può essere ricondotta alla pura identità, sia quella di riconoscere l'essere del cominciamento non come puro vuoto, ma come indifferenza. Cerco di spiegare e giustificare.
Nella Scienza della Logica, parlando del cominciamento, Hegel conclude che necessariamente esso non dovrà presuppore alcuna distinzione tra soggetto ed oggetto, e dunque «non v'è da far altro, scartando tutte quelle riflessioni od opinioni che si hanno, che accogliere, soltanto, ciò che ci sta dinanzi. In quanto è venuto a fondersi in questa unità, il sapere puro ha tolto via ogni relazione a un altro e a una mediazione. È quello che non ha in sé alcuna differenza. Questo indifferente cessa così appunto di esser sapere. Quel che si ha dinanzi non è che semplice immediatezza. La semplice immediatezza è essa stessa un'espressione di riflessione, e si riferisce alla sua differenza dal mediato. Nella sua vera espressione questa semplice immediatezza è quindi il puro essere».
Per dirla alla Husserl, a me sembra che qui l'essere non venga davvero svuotato, ma semplicemente messo tra parentesi nella sua totalità, reso neutro, ma che tuttavia resti pieno di contenuto, e sappiamo infatti che per Hegel il togliere è sempre, anche, un conservare.
Ecco, se si potesse accettare questa lettura "husserliana" del cominciamento, allora credo che, almeno nella sua struttura generale, la Scienza della Logica possa restare in piedi e che sfugga alla critica di Fabro. Non ho le competenze per fornire una difesa solida e dettagliata di questa lettura, però mi pare che essa sia almeno conforme alle intenzioni di Hegel, che da una parte rifiuta lo scetticismo ed i suoi esiti nichilistici, e dall'altra rifiuta di partire, come Spinoza e Schelling, direttamente dall'Assoluto, ciò che condurrebbe inevitabilmente al pantesimo, che invece Hegel vuole evitare. L'intenzione di Hegel, confermata nelle sue lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, che considerava il completamento della Logica, è chiaramente quella di partire, aristotelicamente, dal finito, per concludere all'Assoluto, cosa impossibile se il cominciamento si fa su un essere che coincide esattamente con il puro e semplice nulla. Se la lettura che io propongo si rivelasse invece del tutto inconsistente con i testi hegeliani, allora dovremmo concludere che la critica di Fabro è corretta.

lunedì 17 marzo 2014

Il cerchio che non quadra

Nel 2009, per l'assegnazione dell'Asino d'Oro, votai convintamente Odifreddi (del quale ora non intendo parlare, tutto quello che avevo da dire l'ho già scritto qui), tuttavia, per mostrare la mia imparzialità di giudizio, proposi anche la candidatura di Antonino Zichichi per il suo articolo Il cerchio che non quadra, uscito su Famiglia Cristiana di ottobre 2005. L'articolo (che può essere letto qui) affrontava in modo divulgativo il classico problema della quadratura del cerchio. Trattandosi, per l'appunto, di divulgazione, era normale aspettarsi qualche semplificazione, ma purtroppo Zichichi fece di molto peggio, scrivendo una sequela di errori ed imprecisioni tale da rendere del tutto incomprensibile l'argomento trattato. Dal momento che il proposito di questo blog sarebbe parlare anche di scienza, riporto qui le motivazioni che allegai alla mia proposta di candidare Zichichi per l'Asino d'Oro.

mercoledì 26 febbraio 2014

La Metafisica non è Logica

Si badi alla "L" maiuscola in "Logica", il titolo è solo un gioco di parole, e la mia intenzione non è quella di sostenere l'insignificanza della metafisica, anzi, sosterrò esattamente l'opposto, che la metafisica costituisca la via d'accesso alla conoscenza certa dell'essere, a patto però di non confonderla con un'altra disciplina, la logica appunto.

venerdì 7 febbraio 2014

Laicità dello stato e concezione del mondo - parte seconda

Vedi il mio precedente post su laicità dello stato e concezione del mondo

Avevo già fatto in passato alcune considerazioni sulla laicità dello stato (che consiglio di leggere prima di andare oltre). Qui voglio chiarire ulteriormente le mie posizioni. Non sono un grande fan della libertà di espressione, lo ammetto, e non sono d'accordo infatti con quei cristiani che, nell'aspro conflitto di questi tempi su "matrimonio omosessuale" ed "omofobia", si lamentano che non si concederebbe loro libertà di parola rivendicando la laicità o con argomenti genere; dimenticando che è proprio dalla laicità e dalla indiscriminata libertà di espressione che sono nate e si sono imposte quelle idee che oggi i cristiani devono combattere.

La castità è contro natura?

L'obiezione è nota, e viene tipicamente rivolta a che sostiene un'etica fondata sulla natura, in base alla quale l'omosessualità è valutata come disordine oggettivo: se l'omosessualità è contro natura in quanto mancherebbe il fine proprio della sessualità, non è forse vero questo anche per la castità? E allora i religiosi che vivono in castità non adottano anch'essi uno stile di vita contrario ad una sana etica naturale? Se l'omosessualità è, come dice il card. Fernando Sebastián Aguilar (ora indagato per "omofobia"), "una maniera deficiente (ossia mancante, difettosa) di manifestare la sessualità", non è forse altrettanto "deficiente" anche la castità? Mi è stato detto che anch'io sarei deficiente in tal senso, visto che a trent'anni suonati non mi sono ancora "riprodotto".

Rispondo che

mercoledì 15 gennaio 2014

Appunti sul caso Galileo

Da condividere alla bisogna per rispondere ai soliti luoghi comuni della propaganda anticlericale, senza dover ogni volta perder tempo a riscrivere sempre le stesse cose. Ma se qualcuno userà questo testo o parte di esso senza linkare il blog, anathema sit!

domenica 27 ottobre 2013

Curiose analogie

Un noto argomento apologetico mette a confronto la serenità del cattolico con l'angoscia dell'ateo nei confronti del miracolo. Il cattolico crede in generale alla possibilità dei miracoli, ma non è per lui importante che questo o quel miracolo particolare sia reale o meno; se anche ciò che si credeva un miracolo si rivelasse in seguito un evento naturale, la fede del cattolico non avrebbe ragione di vacillare. Al contrario l'ateo vive nel continuo dubbio che qualche miracolo possa prima o poi accadere, perché basterebbe che anche per una sola volta gli si mostrasse un miracolo secondo ogni evidenza, e tutto il suo sistema, la visione materialistica del mondo, crollerebbe.

Curiosamente, riguardo all'evoluzione delle specie viventi, talvolta le posizioni si ribaltano: è il caso dei cattolici anti-evoluzionisti (fortunatamente minoranza). L'ateo sa che l'evoluzione è un fatto: oggi ci sono molte specie che in passato non c'erano, ed in passato c'erano specie che oggi non ci sono più. È necessario quindi ammettere che le une derivino dalle altre. Si potrà discutere quanto si vuole sui meccanismi evolutivi, e forse la teoria dovrà essere rimaneggiata e corretta molte volte di fronte a sempre nuove scoperte, ma il fatto dell'evoluzione resta. Al contrario il cattolico anti-evoluzionista è in continuazione costretto ad aggrapparsi a tutti i dettagli incompiuti, i difetti e le lacune della teoria dell'evoluzione, nel suo tentativo disperato di negare interamente il fatto. Il cattolico anti-evoluzionista vive così nella continua angoscia che prima o poi qualcuno possa trovare il fossile o la prova genetica che gli scombini la sua ristretta visione del mondo.

Come spesso accade, gli estremi, quando si tira troppo la corda, finiscono per toccarsi.