venerdì 16 settembre 2011

Agnosticismo e naturalismo (prima parte)

Il titolo di questo post rimanda a due temi di ampissimo respiro ed il mio proposito non è quello di pubblicare su di essi un intervento di carattere generale; piuttosto mi limiterò a discuterne un aspetto estremamente particolare dando proprio per scontato che i lettori abbiano già idea di cosa siano in linea di massima agnosticismo e naturalismo. Questo articolo in realtà è semplicemente una risistemazione con qualche approfondimento di un commento che ho lasciato ad un articolo sul blog UCCR visionabile al seguente link: http://www.uccronline.it/2011/09/14/i-goffi-tentativi-di-proselitismo-di-corrado-augias-ii%C2%B0-parte/
In quell'intervento mi proponevo di confutare una particolare posizione filosofica, della quale parlerò tra poco, assunta da un altro commentatore, ma trattandosi in realtà di una posizione con la quale molte altre volte mi è capitato di incontrarmi/scontrarmi ho poi deciso di farne un post a sé per il mio blog.

Vengo allora al dunque cercando prima di tutto di presentare in maniera schematica la particolare posizione che intendo confutare, sperando che la mia esposizione di essa sia rappresentativa (e a me sembra che lo sia) di quanto taluni realmente pensano, di modo che io possa non ritrovarmi ad affrontare niente più che un uomo di paglia.


Il bersaglio della mia critica si compone essenzialmente di due tesi.

Tesi A(gnostica): non esiste, o quantomeno non possiamo conoscere, alcun ordine oggettivo nelle cose. L'ordine che ci pare di osservare in realtà altro non è che il prodotto del nostro spontaneo proiettare i nostri schemi mentali sulle cose stesse. Le conseguenze immediate di questa posizione sono ben note: 1) non è possibile arrivare a dimostrare l'esistenza di Dio muovendo dalle cose che sono oggetto della nostra esperienza; 2) non hanno alcun senso i tentativi di fondare un'etica naturale.

Tesi N(aturalistica): l'intera realtà si riduce a ciò che in linea di principio è sondabile attraverso i metodi tipici dell'indagine scientifica. In particolare ormai sappiamo che l'intelletto umano è interamente comprensibile sulla base della fisiologia cerebrale la quale a sua volta è un prodotto dell'evoluzione. Il pensiero religioso, con le sue idee di Dio e di un piano della realtà che trascenda quello che osserviamo ed in cui ci muoviamo, è anch'esso un prodotto dell'evoluzione, in quanto finora le società religiose sarebbero sempre state più adatte alla sopravvivenza. La religione quindi è un prodotto fisiologico della specie umana, e dal momento che l'evoluzione è ancora al lavoro non c'è ragione di credere che le cose continueranno a procedere sempre allo stesso modo anzi, proprio perché ormai giunti alla conoscenza di come sia nata la religione, è prevedibile che quest'ultima proceda verso l'estinzione parallelamente al diffondersi della consapevolezza sulla sua origine.

Comincio col dire che ci sono ottime ragioni per rifiutare entrambe queste tesi singolarmente prese, ma non è questo lo scopo che qui mi propongo, in quanto un tale proposito richiederebbe una trattazione lunga e complessa. L'esposizione di una confutazione delle singole tesi A e N è in realtà uno degli obiettivi di lungo periodo che cercherò,  spero riuscendoci, di realizzare attraverso le varie riflessioni che presenterò in questo blog. Per quanto riguarda invece il presente post, il mio obiettivo è più ristretto ed è semplicemente quello di mostrare come le tesi A e N siano in contraddizione tra loro e non possano pertanto essere accettate contemporaneamente. Mi sembra in realtà che già da come le ho presentate sia abbastanza evidente dove risieda la contraddizione, tuttavia nella mia esperienza personale mi è capitato spesso di discutere con persone che pretendevano, più o meno consapevolmente, di far proprie entrambe le tesi, e credo pertanto che per il dibattito filosofico una puntuale critica a questa pretesa possa essere un'utile opera di pulizia.

Qualche approfondimento è opportuno. La tesi A non è niente altro che quella sviluppata a fondo da Immanuel Kant nella Critica della Ragion Pura la quale si è rivelata essere estremamente influente ed infatti, benché sia possibile trovare qualche forma di agnosticismo nel corso dell'intera storia del pensiero filosofico, si ammette comunemente che sia stata proprio quest'opera a sancire la nascita del moderno agnosticismo, ovvero dell'agnosticismo comunemente inteso. Vale allora la pena discutere la tesi A facendo riferimento direttamente al filosofo di Königsberg. La posizione kantiana è ben nota e consiste nella tesi secondo la quale le categorie entro le quali incaselliamo i contenuti delle nostre esperienze non sarebbero dedotte (o sarebbe meglio dire astratte) dall’esperienza stessa, ma sarebbero a priori; questo significa che non potremmo conoscere nulla se non inquadrandolo nelle nostre categorie. I dati dell’esperienza sarebbero così una materia puramente informe alla quale il nostro stesso intelletto darebbe forma attraverso le sue categorie, ed è esattamente questo ciò che si intende dire quando si afferma che l’ordine della natura è solo nelle nostre menti, e altro non sarebbe quindi che una nostra proiezione. In questa ottica il fatto che il mondo ci appaia perfettamente ordinato non sorprende affatto, proprio perché nessuna altra conoscenza della realtà sarebbe possibile al di fuori delle categorie del nostro intelletto. Non è possibile, sempre secondo Kant, conoscere qualcosa senza inquadrarlo nelle categorie a priori dell’intelletto, e non è quindi possibile conoscere nulla che non sia ordinato in base ad esse. Ammettendo pure quindi che ci sia una realtà in sé oltre l'esperienza che filtriamo attraverso le nostre categorie, essa sfuggirebbe alla nostra conoscenza, non potremmo mai arrivare a conoscere le cose in sé (il noumeno come lo chiamava Kant).

A questo punto non è difficile capire perché, su queste basi, il naturalismo debba essere rifiutato e di conseguenza con esso l'intera tesi N. Nella Critica stessa questo fatto è adeguatamente spiegato: data infatti la gnoseologia appena sviluppata, noi possiamo conoscere il funzionamento del nostro intelletto e capire come esso inquadri i dati dell’esperienza all’interno delle sue categorie, ma non abbiamo alcun modo di conoscere noi stessi al di fuori dell’atto stesso di conoscere. Possiamo cogliere il nostro intelletto nell’atto del conoscere, ma non possiamo conoscerlo in sé stesso e pertanto non possiamo capire le ragioni del suo funzionamento. Una spiegazione naturalistica del nostro intelletto non avrebbe senso e si risolverebbe soltanto in un circolo vizioso semplicemente perché non c’è alcuna natura che noi possiamo conoscere, ma ci sono soltanto i dati dell’esperienza ai quali l’intelletto stesso conferisce forma e ordine.

Rimane dimostrato allora che le tesi A ed N non possono essere accettate insieme. Del resto, per utilizzare termini moderni, un naturalismo che si pone come spiegazione onnicomprensiva e veritiera della realtà, e che pertanto è una forma di pensiero forte, come potrebbe essere compatibile con l'agnosticismo che invece è espressione del pensiero debole (inteso in senso lato, e non limitatamente alle posizioni di Gianni Vattimo, cui comunque si deve l'espressione "pensiero debole")?

In vita mia ho incontrato diverse persone che in linea di massima fanno propria la tesi N, ma in particolari situazioni finiscono con il sostenere la tesi A. Mi sono chiesto allora quale fosse la ragione di ciò e dopo un po' di riflessione credo di poter abbozzare una risposta, ma questo sarà argomento della seconda parte di questo post, che pubblicherò nei prossimi giorni.



1 commento:

Clever Squirrel ha detto...

Interessante considerazione, effettivamente non avevo mai considerato questo aspetto di incompatibilità tra dell'agnosticismo e del naturalismo.