domenica 27 ottobre 2013

Curiose analogie

Un noto argomento apologetico mette a confronto la serenità del cattolico con l'angoscia dell'ateo nei confronti del miracolo. Il cattolico crede in generale alla possibilità dei miracoli, ma non è per lui importante che questo o quel miracolo particolare sia reale o meno; se anche ciò che si credeva un miracolo si rivelasse in seguito un evento naturale, la fede del cattolico non avrebbe ragione di vacillare. Al contrario l'ateo vive nel continuo dubbio che qualche miracolo possa prima o poi accadere, perché basterebbe che anche per una sola volta gli si mostrasse un miracolo secondo ogni evidenza, e tutto il suo sistema, la visione materialistica del mondo, crollerebbe.

Curiosamente, riguardo all'evoluzione delle specie viventi, talvolta le posizioni si ribaltano: è il caso dei cattolici anti-evoluzionisti (fortunatamente minoranza). L'ateo sa che l'evoluzione è un fatto: oggi ci sono molte specie che in passato non c'erano, ed in passato c'erano specie che oggi non ci sono più. È necessario quindi ammettere che le une derivino dalle altre. Si potrà discutere quanto si vuole sui meccanismi evolutivi, e forse la teoria dovrà essere rimaneggiata e corretta molte volte di fronte a sempre nuove scoperte, ma il fatto dell'evoluzione resta. Al contrario il cattolico anti-evoluzionista è in continuazione costretto ad aggrapparsi a tutti i dettagli incompiuti, i difetti e le lacune della teoria dell'evoluzione, nel suo tentativo disperato di negare interamente il fatto. Il cattolico anti-evoluzionista vive così nella continua angoscia che prima o poi qualcuno possa trovare il fossile o la prova genetica che gli scombini la sua ristretta visione del mondo.

Come spesso accade, gli estremi, quando si tira troppo la corda, finiscono per toccarsi.

giovedì 5 settembre 2013

Riflessioni sul principio di causa e le cinque vie tomiste

Quando un paio di anni fa decisi di aprire questo blog credevo di poter sviluppare in esso un sistematico percorso teoretico volto ad esporre e chiarire (e chiarirmi) le mie idee metafisiche. Tuttavia, un po' per mancanza di tempo e un po' per carenza di capacità (non ho la scrittura facile), il blog è sempre stato aggiornato raramente. Ho deciso allora di abbandonare la pretesa sistematicità e limitarmi ad esporre le varie riflessioni che giorno per giorno sorgono dalla discussione con altre persone, dalla lettura di libri ed articoli, o spontaneamente dal flusso di coscienza. Si può infatti notare che ultimamente il numero di post è sensibilmente aumentato.

Tempo fa, a seguito di una discussione con un amico filosofo, buttai giù una serie di riflessioni sul principio di causa e sul valore delle cinque vie tomiste per dimostrare l'esistenza di Dio. Il mio amico è un cattolico di ferma fede, non è per nulla impressionato dalle dimostrazioni di Tommaso, non ne capisce la necessità né il motivo per cui invece io le ritenga tanto importanti. Io che sono teista solo grazie alla metafisica di Tommaso, ma agnostico in fatto di Rivelazione, cercavo di fargli capire il valore di queste dimostrazioni, e di come esse siano validissime e restino salde anche di fronte a tutti i tentativi di critica che gli sono stati mossi contro da diverse scuole filosofiche.

Convinto che si tratti di riflessioni valide, e magari utili per qualcuno, le riporto qui, come dicevo, senza alcuna pretesa di sistematicità e completezza (si noterà forse che la discussione procederà un po' a salti, infatti il contesto era una lunga ed articolata discussione avuta con il mio amico, e non posso stare qui, e sarebbe forse anche inutile e noioso, a riportare tutti i dettagli, me ne scuso).

martedì 20 agosto 2013

The Cambridge Declaration on Consciousness. Attenzione ai vecchi errori.

Il 7 luglio 2012, un gruppo di importanti neuroscienziati riuniti a Cambridge ha firmato un documento (The Cambridge Declaration on Consciousness) che sintetizza i risultati delle più recenti acquisizioni scientifiche nello studio del cervello e del sistema nervoso degli animali e dell'uomo. In breve, le conclusioni sono che non solo sembra esserci, per l'uomo e l'animale, grande similitudine tra i rispettivi substrati neurali associati alla coscienza e all'intelligenza, ma pare anche che queste funzioni, finora attribuite solo agli animali dotati di corteccia cerebrale, si appoggino anche agli strati subcorticali del cervello, lasciando quindi campo aperto all'ipotesi che anche animali senza corteccia cerebrale possano avere coscienza ed intelligenza.

La conclusione del documento è la seguente (traduzione ed enfasi sono mie):

«L'assenza della neocorteccia non sembra precludere ad un organismo la capacità di esperire stati affettivi. Diversi indizi convergono nell'indicare che gli animali non umani possiedono i sottostrati neuroanatomici, neurochimici e neurofisiologici associati alla coscienza, insieme alla capacità di mostrare comportamenti intenzionali. Di conseguenza, indizi in abbondanza suggeriscono che gli umani non siano gli unici a possedere i substrati neurali che generano la coscienza. Anche animali non umani, tra cui tutti i mammiferi, gli uccelli e molte altre specie, inclusi i polipi, possiedono questi substrati neurali.»


Fin qui il documento, che si limita a presentare conclusioni strettamente scientifiche: il sistema nervoso umano e quello di molti animali sono estremamente simili. Purtroppo nella divulgazione queste conclusioni vengono spesso gravemente travisate (volontariamente o meno qui non ci interessa), dando a credere che anche molti altri animali possiedano una coscienza ed un'intelligenza paragonabile a quella dell'uomo. Si tratta di un vecchio errore che già ricorreva ampiamente nel 19° secolo, quando le similitudini fra gli organismi messe in luce dallo studio dell'anatomia comparata venivano utilizzate per sostenere che tra la natura dell'uomo e quella degli animali ci fosse solo una differenza di grado e non di ordine. Oggi si tratta invece delle similitudini tra gli organismi rivelati dalle neuroscienze, ma l'interpretazione che se ne ricava, e quindi gli errori, è praticamente la stessa.

domenica 11 agosto 2013

Un breve commento sulla fallacia naturalistica

Nell'ultimo mese mi è capitato di scrivere su facebook o su altri blog dei commenti abbastanza articolati. Poiché si tratta di informazioni che possono tornare sempre utili, ho deciso di riportarli anche nel mio blog per averli a portata di mano ed eventualmente citarli quando necessario.

 Un amico aveva condiviso la seguente citazione:

«La mera efficacia di una qualsiasi proposizione prescrittiva dovrebbe sempre essere accompagnata da un'adeguata giustificazione (...), una motivazione fornita discorsivamente, riconoscendo anche le eventuali argomentazioni contrarie, confrontandosi con esse e magari confutandole: ad argomenti (ma, ovviamente, solo ad essi), occorre che tanto il legislatore quanto il magistrato rispondano con argomenti.» (da Ragione, dialettica e argomentazione giuridica - Il progetto di Robert Alexy, di Massimo Mancini, Giappichelli 2012, pag. 3)

Trovo quanto espresso sia più che corretto, ma incompleto. È il problema della fallacia naturalistica, che può essere espressa nella formulazione cosiddetta mountain range effect (effetto catena montuosa) che inficia il moderno giusnaturalismo razionalista. Ridurre una proposizione prescrittiva ad una descrittiva fornisce una giustificazione prossima, ma subito fa nascere un altro problema che richiede un'altra proposizione prescrittiva da giustificare e così via. Per chiarire: A è buono? Se rispondo che A è buono perché conforme a un fatto o insieme di fatti naturali B, immediatamente nasce la domanda se B sia buono (così come in una catena montuosa appena superata una cima subito se ne incontra un'altra da scalare). Tutti i fini naturali, anche se accettati e non empiristicamente disconosciuti, restano comunque meri dati di fatto, che essendo ingiustificati non hanno ragione di essere moralmente obbliganti. L'unica soluzione è ammettere una Causa Prima, un Creatore che sia appunto principio primo e fine ultimo, in cui coincidano verità e libertà, che tutto produce e tutto richiama a sé, e da cui tutti i fini naturali dipendano e siano stati coscientemente scelti proprio per il massimo bene delle creature stesse. Insomma solo in una prospettiva teistica il giusnaturalismo può essere giustificato. Ateisticamente etica e diritto naturale non hanno alcun senso. Per questo l'ateismo non dovrebbe essere tollerato in alcun modo (altro discorso ovviamente è se, e fino a che punto, tollerare gli atei). Consiglio di leggere questo articolo: A. Sanmarchi, Dio, il senso della vita e la vita senza senso dell'ateo, Aquinas, 2-3, 2003, pp. 329 che è possibile scaricare qui: http://www.teorefilo.net/abstracts.html

giovedì 8 agosto 2013

Un corpo e due anime?

Nell'ultimo mese mi è capitato di scrivere su facebook o su altri blog dei commenti abbastanza articolati. Poiché si tratta di informazioni che possono tornare sempre utili, ho deciso di riportarli anche nel mio blog per averli a portata di mano ed eventualmente citarli quando necessario.

Questo intervento nasceva in risposta ad un utente che tentava di formulare una teoria dell'anima a partire dallo studio del fenomeno del chimerismo genetico. Si parla di chimerismo quando in uno stesso organismo si ritrovano cellule con differenti patrimoni genetici, e ciò avviene quando due embrioni si fondono insieme o quando un embrione si fonde ad un ovulo non fecondato. Gli organismi risultanti chiaramente sono malati o del tutto inadatti alla vita. L'utente con cui discutevo si chiedeva se, partendo da queste conoscenze, fosse ragionevole speculare sulla possibile presenza di due anime in un organismo, e se si potesse ipotizzare una sorta di "fusione" di anime per spiegare l'origine di devianze e disordini particolari, come ad esempio l'omosessualità (sì, l'omosessualità è un disordine oggettivo, come insegna anche la Chiesa, ma non discuterò di questo e, avverto, a riguardo non pubblicherò commenti indignati e superficiali). Trattandosi a mio avviso di ipotesi fantasiose, ho risposto con l'intervento che segue, cercando di sintetizzare tutti gli aspetti filosofici della questione.

Laicità dello stato e concezione del mondo

Nell'ultimo mese mi è capitato di scrivere su facebook o su altri blog dei commenti abbastanza articolati. Poiché si tratta di informazioni che possono tornare sempre utili, ho deciso di riportarli anche nel mio blog per averli a portata di mano ed eventualmente citarli quando necessario.

Quello che segue è un commento che avevo pubblicato in una discussione in cui si parlava di laicità dello stato in rapporto a ben noti temi di cui tanto spesso si dibatte: libertà religiosa, aborto, matrimonio gay etc. Sono alcune considerazioni di carattere generale che illustrano quali siano, secondo me, le vere questioni alla base di tutto il dibattito pubblico.

La comune concezione dello stato laico, che in linea di principio dovrebbe rispettare ogni religione ed essere totalmente neutrale dal punto di vista etico, è semplicemente contraddittoria ed in ultima analisi un inganno. Ciò che è in gioco infatti nell'attuale dibattito è la questione su cosa sia l'uomo, e dalla risposta che si dà a questa domanda discendono le diverse proposte legislative, che pertanto non sono neutrali, ma frutto di una ben precisa scelta di campo. Approvare il divorzio non è neutrale, come non lo è approvare l'aborto o fare una legge che accolga in sé le tesi della teoria del gender; si tratta bensì, in tutti questi casi, di scelte fondate su ben precisi canoni metafisici, antropologici ed etici. La neutralità pertanto non esiste. In campo ci sono due concezioni del mondo e dell'uomo che sono tra loro radicalmente inconciliabili, ma che rivendicano entrambe la propria veracità.
Si dovrebbe invece ricordare che il concetto di stato laico nasce con il cristianesimo. Nella dottrina cristiana vengono infatti classicamente distinte verità di ragione e verità di fede. Lo stato laico dovrebbe fondarsi sulle prime, ed essere neutrale rispetto alle seconde. Così, per fare un esempio banale, è verità di ragione che l'aborto sia sbagliato, ma è verità di fede che si debba rendere culto a Dio. Paradossalmente proprio gli illuministi, tanto anticristiani, proponevano un'idea di stato laico fondato su un diritto naturale in larga parte compatibile con la fede cristiana, perché è comunque in rapporto ad essa che anche gli illuministi elaborarono le loro idee.
Ma questa distinzione tra verità di fede e di ragione non è a priori estendibile a qualsiasi contesto religioso e culturale, ed infatti una concezione siffatta di stato laico è propria solo dell'occidente cristiano e non ha altri esempi nella storia.
Gli errori sono nati invece quando si è preteso di far saltare il particolare riferimento al cristianesimo stabilendo di autorità che tutte le religioni (e anche tutte le filosofie) fossero sullo stesso piano. Questa pretesa neutralità, imposta a priori senza riferimento al contesto è, come spiegato sopra, contraddittoria e di fatto nasce da un'impostazione ideologico-razionalista e non realistica.

mercoledì 7 agosto 2013

Pio IX e la schiavitù

Nell'ultimo mese mi è capitato di scrivere su facebook o su altri blog dei commenti abbastanza articolati. Poiché si tratta di informazioni che possono tornare sempre utili, ho deciso di riportarli anche nel mio blog per averli a portata di mano ed eventualmente citarli quando necessario.

Un amico mi ha chiesto se fossero autentiche queste parole attribuite a Pio IX che sono riportate su molti siti anticattolici:

«Nonostante che i Pontefici Romani non abbiano nulla lasciato di intentato per abolire la schiavitù presso tutte le genti, e a questo si debba principalmente il fatto che già da diversi secoli non si trovino più schiavi presso molti popoli cristiani, tuttavia [...] la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino, e possono esserci molti giusti motivi di essa, secondo l'opinione di provati teologi e interpreti dei sacri canoni. Infatti, il possesso del padrone sullo schiavo, non è altro che il diritto di disporre in perpetuo dell'opera del servo, per le proprie comodità, le quali è giusto che un uomo fornisca ad un altro uomo.

Ne consegue che non ripugna al diritto naturale né al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato.

Pertanto i cristiani ... possono lecitamente comprare schiavi, o darli in pagamento di debiti o riceverli in dono, ogni volta che siano moralmente certi che quei servi non siano né stati sottratti al loro legittimo padrone né trascinati ingiustamente in schiavitù ... perché non è lecito comprare, senza il permesso del proprietario, la roba altrui, sottratta con il furto.
»

Il dubbio infatti era che, come spesso capita, ci si trovasse di fronte ad una leggenda inventata per diffamare un grande papa. In questo caso però le cose sono un pochino più complesse.

mercoledì 27 marzo 2013

Postille a "una proposta di matrimonio"

Dopo aver pubblicato il mio precedente post sul matrimonio, ho avuto alcune discussioni in cui mi sono state poste alcune obiezioni e che mi hanno spinto a fornire qualche ulteriore chiarimento del mio pensiero. 

Innanzitutto dico che la mia "proposta" è un'idea che mi piacerebbe si diffondesse ma che ovviamente necessiterebbe di essere discussa e sviluppata da persone molto più competenti di me, e la mia speranza è che ciò possa avvenire. Ciò che scrivo quindi non ha la pretesa di essere un'esposizione completa e sistematica, ma solo un momento di una discussione che spero possa poi continuare con il contributo di altri.


domenica 17 marzo 2013

Una proposta di matrimonio

È possibile ancora oggi far comprendere le ragioni dell'indissolubilità del matrimonio? Ed affinché la società moderna torni a riscoprirne il valore inalienabile, quali sono le iniziative concrete che si possono portare avanti dopo l'oramai più che palese fallimento dei "cattolici in politica"? Questo è ciò che cercherò di illustrare in questo mio contributo.

sabato 16 febbraio 2013

Tommaso d’Aquino: il suo vero pensiero sull’aborto e sulla donna

(articolo scritto per UCCR e pubblicato il 13 gennaio 2013)

Esiste un’opinione assai diffusa, purtroppo talvolta anche tra i cattolici, secondo cui oggi San Tommaso d’Aquino disapproverebbe l’attuale insegnamento del Magistero della Chiesa Cattolica sull’aborto.
Egli sostenne infatti che l’anima spirituale non venga infusa al momento del concepimento, e pertanto, si argomenta, avrebbe approvato l’aborto non essendo questo, secondo la sua dottrina, la soppressione di un essere umano. In realtà questa opinione si basa su una lettura superficiale dei testi dell’Aquinate, non informata da una chiara comprensione delle fondamentali questioni metafisiche e teologiche che sottendono le tesi qui discusse. Per comprendere la posizione tomista è necessario introdurre preliminarmente alcuni concetti fondamentali che l’Aquinate mutua direttamente da Aristotele, relativi in particolare alla dottrina sull’anima e alle teorie sulla riproduzione dei mammiferi. Non è possibile in questa sede una disamina dettagliata delle ricerche dello Stagirita, e ci si deve limitare ad un sunto schematico che sia di utilità al profano.
Quanto spiegheremo ci permetterà infine di chiarire anche un altro comune equivoco, esposto più avanti, relativo all’opinione di Tommaso sulla donna.