mercoledì 7 agosto 2013

Pio IX e la schiavitù

Nell'ultimo mese mi è capitato di scrivere su facebook o su altri blog dei commenti abbastanza articolati. Poiché si tratta di informazioni che possono tornare sempre utili, ho deciso di riportarli anche nel mio blog per averli a portata di mano ed eventualmente citarli quando necessario.

Un amico mi ha chiesto se fossero autentiche queste parole attribuite a Pio IX che sono riportate su molti siti anticattolici:

«Nonostante che i Pontefici Romani non abbiano nulla lasciato di intentato per abolire la schiavitù presso tutte le genti, e a questo si debba principalmente il fatto che già da diversi secoli non si trovino più schiavi presso molti popoli cristiani, tuttavia [...] la schiavitù, di per sé, non ripugna affatto né al diritto naturale né al diritto divino, e possono esserci molti giusti motivi di essa, secondo l'opinione di provati teologi e interpreti dei sacri canoni. Infatti, il possesso del padrone sullo schiavo, non è altro che il diritto di disporre in perpetuo dell'opera del servo, per le proprie comodità, le quali è giusto che un uomo fornisca ad un altro uomo.

Ne consegue che non ripugna al diritto naturale né al diritto divino che il servo sia venduto, comprato, donato.

Pertanto i cristiani ... possono lecitamente comprare schiavi, o darli in pagamento di debiti o riceverli in dono, ogni volta che siano moralmente certi che quei servi non siano né stati sottratti al loro legittimo padrone né trascinati ingiustamente in schiavitù ... perché non è lecito comprare, senza il permesso del proprietario, la roba altrui, sottratta con il furto.
»

Il dubbio infatti era che, come spesso capita, ci si trovasse di fronte ad una leggenda inventata per diffamare un grande papa. In questo caso però le cose sono un pochino più complesse.

Quelle parole sono autentiche e sono riprese da un'istruzione del 20 giugno 1866 della Sacra Congregazione per il Sant'Uffizio, approvata dal Papa e raccolta in Collectanea S. Congregationis de Propaganda Fide seu Decreta Instructiones Rescripta pro apostolicis Missionibus, vol. I, Roma 1907

Era la risposta ad un quesito posto dal card. Guglielmo Massaia, missionario in Africa che si trovava ad evangelizzare una popolo per il quale la schiavitù era cosa normale. Non sapeva come comportarsi, doveva tollerare che quanti si convertivano al cristianesimo continuassero a tenere degli schiavi, o si doveva condannare la schiavitù in ogni sua forma?
Nella risposta venne riportato ciò che la dottrina, sostenuta da una retta filosofia, aveva sempre insegnato. La schiavitù non ripugna al diritto naturale, a patto però che essa sia rettamente intesa.
È vero che San Paolo invitò Filemone ad accogliere il suo schiavo Onesimo non più come servo, ma come fratello. Ma in molti altri luoghi esorta gli schiavi ad obbedire ai loro padroni. San Tommaso d'Aquino, riprendendo la lezione di Aristotele, chiarì la faccenda. È conforme all'ordine naturale che all'interno della società ci sia una gerarchia di autorità, e che pertanto ci siano anche padroni e servi. L'Aquinate arriva persino a dire che ciò sarebbe vero anche in un ipotetico mondo dove gli uomini non fossero stati macchiati dalla colpa originale. La differenza tra la schiavitù giusta e quella ingiusta sta nel fatto che nella prima il padrone comanda il servo in vista del bene comune, quindi anche per il bene del servo stesso, sicché anche il padrone ha degli obblighi verso il servo; nella schiavitù ingiusta invece il servo è totalmente assoggettato, non vale più nulla e vive solo per il bene del padrone che ne gode gratuitamente. Tutto ciò venne ribadito al card. Massaia.

Ci sarebbero ovviamente molte precisazioni da fare su come e quando sia lecito fare di un uomo un servo, ma qui entriamo in dettagli complessi che a suo tempo erano trattati da giuristi e canonisti; qui ci dobbiamo invece accontentare del principio generale.

Aggiungo che, giusto un paio di anni prima di quella lettera, sulla Civiltà Cattolica era stato pubblicato il saggio Il concetto morale della schiavitù, stampato mentre in America infuriava la guerra di secessione. Un testo filosoficamente ineccepibile, gustosamente anti-illuminista e contro-rivoluzionario. Lì si possono trovare molti chiarimenti e approfondimenti necessari a comprendere la questione e perché il Papa diede quella risposta. Vi invito a leggerlo, si può trovare su google books.

Gli anticlericali che sfruttano quella lettera del Papa per le loro polemiche, tutti questi problemi non se li pongono. A loro non interessa chiarire, non interessa la verità delle cose. Quando si parla di schiavitù, la gente pensa subito a violenza ed oppressione, ed ecco allora che pare assurdo che il Papa la approvasse. Gli anticlericali conoscono questo meccanismo e cercano di sfruttare a loro vantaggio le reazioni di pancia. Ma come ho chiarito, non è certo questa la schiavitù di cui il Papa parlava. Mai fidarsi degli anticlericali, mai, perché o sono ignoranti oppure hanno il solo interesse di confondere le idee alla gente.

2 commenti:

Mauro Mendula ha detto...

Sarebbe utile riflettere su queste parole di Julius Evola in 'rivolta contro il mondo moderno':
«Se mai vi è stata una civiltà di schiavi in grande, questa è esattamente la civiltà moderna. Nessuna civiltà tradizionale vide mai masse così grandi condannate ad un lavoro buio, disanimato, automatico: schiavitù [...] che viene imposta anodinamente attraverso la tirannia del fattore economico e le strutture assurde di una società più o meno collettivizzata. E poiché la visione moderna della vita, nel suo materialismo, ha tolto al singolo ogni possibilità di conferire al proprio destino qualcosa di trasfigurante, di vedervi un segno e un simbolo, così la schiavitù di oggi è la più tetra e la più disperata di quante mai se ne siano conosciute».
Ma gli anticlericali - come hai ben detto - non hanno la ben che minima voglia di approfondire l'argomento e lasciano pure che i nuovi schiavi contemporanei (essi per primi) affollino il mondo.
Un salutone!

hybridslinky ha detto...

Grazie Mauro!