giovedì 8 agosto 2013

Un corpo e due anime?

Nell'ultimo mese mi è capitato di scrivere su facebook o su altri blog dei commenti abbastanza articolati. Poiché si tratta di informazioni che possono tornare sempre utili, ho deciso di riportarli anche nel mio blog per averli a portata di mano ed eventualmente citarli quando necessario.

Questo intervento nasceva in risposta ad un utente che tentava di formulare una teoria dell'anima a partire dallo studio del fenomeno del chimerismo genetico. Si parla di chimerismo quando in uno stesso organismo si ritrovano cellule con differenti patrimoni genetici, e ciò avviene quando due embrioni si fondono insieme o quando un embrione si fonde ad un ovulo non fecondato. Gli organismi risultanti chiaramente sono malati o del tutto inadatti alla vita. L'utente con cui discutevo si chiedeva se, partendo da queste conoscenze, fosse ragionevole speculare sulla possibile presenza di due anime in un organismo, e se si potesse ipotizzare una sorta di "fusione" di anime per spiegare l'origine di devianze e disordini particolari, come ad esempio l'omosessualità (sì, l'omosessualità è un disordine oggettivo, come insegna anche la Chiesa, ma non discuterò di questo e, avverto, a riguardo non pubblicherò commenti indignati e superficiali). Trattandosi a mio avviso di ipotesi fantasiose, ho risposto con l'intervento che segue, cercando di sintetizzare tutti gli aspetti filosofici della questione.

Chiariamo intanto che quando si parla di anima siamo all'interno di un discorso metafisico (che va tenuto separato dalla dottrina cattolica). La speculazione intorno all'anima è uno dei compiti più difficili, e non dovrebbe essere affrontato senza avere prima preso buona confidenza con l'armamentario teoretico necessario alla trattazione. Io mi muovo all'interno della tradizione aristotelico-tomista e purtroppo in un post non posso dilungarmi a spiegare tutti i concetti di cui farò uso. Mi limito ad uno schema (per ulteriori dettagli si può anche vedere anche un mio precedent post).

L'anima è forma sostanziale di un organismo vivente (umano o meno che sia), e già questo sarebbe sufficiente a chiarire che due anime non possono esserci, perché dove ci sono due forme sostanziali ci sono due enti distinti. Un unico organismo con due forme sostanziali è un concetto contraddittorio e perciò impossibile.
Chiarisco che quando si dice forma, non si intende la struttura dell'organismo concretamente esistente, bensì il contenuto strutturante, l'ordine complessivo per cui ogni parte è specificata nella sua essenza, nel rapporto con le altre parti, e nella convenienza di tutte le parti all'unità dell'organismo che anche nel divenire conserva delle strutture definite e si sviluppa secondo una direzionalità già presente sin dal momento in cui viene posto in essere.

Materia e forma non sussistono separatamente, è solo il sinolo (l'unione delle due) che sussiste. L'anima non è oggetto diretto di esperienza: oggetto immediato della nostra conoscenza è solo l'organismo nel suo esserci, contingente e diveniente. La forma sussiste nell'unità con la materia per la quale è individuata e resa esteriore, ossia la forma è presente nella sua totalità ma si estrinseca nelle sue diverse parti (vegetativa, sensitiva e intellettiva) e potenze operative. La forma in se stessa è conosciuta intellettualmente per astrazione dalla materia, essa diventa presente al nostro intelletto nella sua pienezza, non più nell'estrinsecità della materia, ma nel plesso completo delle sue determinazioni.

La materia, come principio metafisico è potenza rispetto alla forma. Quando un sostrato materiale riceve una forma sostanziale esso diventa l'ente di cui quella forma è forma; la forma viene così individuata, coartata ed esteriorizzata; quando lo stesso sostrato riceve un'altra forma sostanziale, la precedente si perde, il primo ente si corrompe e diventa un altro ente. Diverso è invece il modo in cui la forma è presente nell'intelletto; l'intelletto è infinito, può ricevere tutte le forme, il soggetto conoscente riceve la forma dell'altro da sé ma non lo diventa: quando io conosco la pietra, ricevo nel mio spirito la forma della pietra ma non divento pietra.
La conoscenza intellettuale è allora intrinsecamente immateriale, e non può pertanto essere l'atto di un organo: questo ci permette di inferire che l'anima razionale, pur essendo forma di un corpo, sia anche sussistente in se stessa, incompleta nella sua natura quando è separata dal corpo, ma incorruttibile perché immateriale.

Orbene, una forma separata non può essere in connessione causale con altri enti fisici, e si deve pertanto ammettere che sia prodotta da Dio immediatamente, vale a dire senza la mediazione di cause seconde. Ma tale causalità trascendentale, ossia la relazione immediata dell'anima al Creatore che la pone in essere, resta per noi un mistero: dobbiamo razionalmente ammetterlo, secondo il percorso speculativo fin qui seguito, ma altro non possiamo dire, non possiamo comprendere.
L'anima spirituale ci resta quindi in se stessa sconosciuta e nulla di certo possiamo dire su quando essa inizi ad esistere. Sant'Agostino invitava infatti a desistere dal tentativo di elaborare dottrine sulla creazione delle anime che avessero la pretesa di essere definitive e vincolanti (cfr. L'anima e la sua orgine). San Tommaso cercò di individuare il momento in cui l'anima spirituale viene infusa nel corpo, ma le sue restarono sempre opinioni, ipotesi, e mai accolte dalla dottrina cattolica.

Se consideriamo l'embrione, è ormai del tutto chiarito che sin dal momento del concepimento esso si sviluppa senza soluzione di continuità in virtù di un programma che ha già in se stesso. Come diceva Aristotele, la natura è via verso la natura, così l'embrione si sviluppa come un uomo perché ha natura di uomo e perciò deve essere per noi inviolabile come lo è qualsiasi altro uomo già sviluppato. Ma la forma che anima l'embrione al momento del concepimento è realmente un'anima razionale e quindi spirituale? Non possiamo saperlo, non è possibile dare una dimostrazione filosofica di quando l'anima spirituale venga infusa, se al concepimento o in un momento successivo, e non è infatti un caso che la Congregazione per la Dottrina della Fede, nell'istruzione Donum Vitae del 1987 scrivesse: 

«Certamente nessun dato sperimentale può essere per sé sufficiente a far riconoscere un'anima spirituale; tuttavia le conclusioni della scienza sull'embrione umano forniscono un'indicazione preziosa per discernere razionalmente una presenza personale fin da questo primo comparire di una vita umana: come un individuo umano non sarebbe una persona umana? Il Magistero non si è espressamente impegnato su un'affermazione d'indole filosofica, ma ribadisce in maniera costante la condanna morale di qualsiasi aborto procurato. Questo insegnamento non è mutato ed è immutabile

Le difficoltà che si incontrano quando si pretende di filosofare intorno all'anima spirituale ben si comprendono nel caso dei gemelli monozigoti. Supponiamo infatti che l'anima spirituale sia infusa al momento del concepimento; c'è un embrione con un'anima spirituale che poi si divide in due per formare due gemelli monozigoti. Che cosa succede allora all'anima spirituale? Due nuove anime vengono infuse mentre l'individuo precedente è scomparso e la sua anima tornata a Dio? Oppure uno dei due gemelli ha l'anima che era già presente all'inizio e solo una nuova anima viene infusa dopo la divisione dell'embrione? E in questo caso quale dei due è quello che era già presente e quale quello la cui anima è stata infusa successivamente? È chiaro che tali questioni non possono essere risolte. Intorno all'anima spirituale dobbiamo rassegnarci a non sapere, e se si pretende nonostante tutto di filosofare, si finisce con lo scadere nell'opinione, nella fantasia ed eventualmente nello scontro dottrinale fine a se stesso.

Dato tutto l'impianto teoretico esposto si capisce allora quale sia lo statuto ontologico delle chimere. Se due embrioni si fondono in uno, alla fine o si ottiene un essere che non si sviluppa, e ciò vuol dire che entrambe le forme (anime) precedenti sono andate perdute, oppure una forma si perde e l'altra rimane, così si avrà un solo essere che si sviluppa mantenendo l'unità del proprio organismo. Certo sarà un organismo malato, perché si ritroverà accidentalmente mescolato a parti non sue che ne impediranno un corretto sviluppo. Ma se c'è un'unità psico-fisica con una sola coscienza ed una sola volontà allora c'è un uomo, e quindi una sola anima. Se ci fossero due coscienze e due volontà (e ciò richiederebbe una certa separazione degli organi, ossia almeno due teste) allora ci sarebbero due uomini (e perciò due anime); ma questo non è il caso delle chimere, è il caso dei gemelli siamesi. Ma immaginare due anime mescolate è un'assurdità filosofica: due forme sostanziali non si mescolano, perché le forme non sono materia.

Diverso ancora sarebbe invece il caso di esseri non dotati di anima spirituale, gli animali (l'anima, ricordo, è la forma, quindi anche gli animali ce l'hanno, ma nel loro caso non è spirituale, ovvero non è sussistente senza il corpo). In questo caso l'individuazione è data solo dalla coartazione della forma nella materia, e quindi dal sinolo. Se due patrimoni genetici si fondono, bisogna capire se essi esprimeranno delle funzioni e delle caratteristiche compatibili oppure no. Nel primo caso, per quanto malato, si svilupperà comunque un organismo che conserva la propria unità, e che ha pertanto una propria forma sostanziale. Se invece non c'è possibilità di compatibilità, allora nessun essere vivente si svilupperà e non ci sarà nessun anima.

Credo di essermi dilungato sin troppo. Vorrei solo aggiungere che si tratta di argomenti complessi, che richiedono studio e il saper maneggiare difficili concetti metafisici; inviterei quindi a non speculare in tutta libertà senza dedicarsi prima ad una preparazione propedeutica approfondita, altrimenti, come dicevo, si finisce solo con il fantasticare. Per conoscere l'anima, diceva San Tommaso «si richiede un'indagine diligente e sottile. Molti infatti ignorano la natura dell'anima, e non pochi hanno errato in proposito.» (ST I q. 87 a. 1 co.)

3 commenti:

Mauro Mendula ha detto...

Direi ineccepibile. L'unico appunto è che a mio parere userei un po' di precauzione nel dire che l'intelletto (tranne quello divino ovviamente) sia infinito. Preferirei dire che - nella sua capacità di accogliere tutte le forme - ha 'un'apertura infinita', o illimitata, o meglio, il cui limite sta nella sola forma dell'autocontraddittorietà, che è poi la stessa 'impensabilità': come a dire che - pur essendo finito - è aperto illimitatamente all'Essere, in tutte le sue forme determinate (non autocontraddittorie) di manifestazione. Ma forse è quello che volevi dire anche tu, ed hai solo abbreviato.
Detto questo davvero complimenti, Francesco: hai una capacità di padroneggiare questi argomenti davvero invidiabile per conoscenza, metodo e buon senso. Ho molto da imparare da te!
Un salutone

hybridslinky ha detto...

Caro Mauro, quando parlo di infinità dell'intelletto mi riferisco, come hai giustamente intuito, al fatto che l'intelletto si apre su tutto l'essere, l'essere è il suo oggetto formale: «Ex hoc autem quod substantia aliqua est intellectualis, comprehensiva est totius entis» (CG II 98, 10) o, secondo la notissima formula mutuata da Aristotele: «Anima est quodammodo omnia».

In effetti Tommaso si premurava di riservare l'attribuzione dell'infinità soltanto a Dio. Oggi invece si tende ad usare questo attributo con maggiore libertà, ad esempio Bernard Lonergan scriveva: «Per San Tommaso l'intelletto è naturalmente infinito perché, in quanto attivo, è potens omnia facere e, in quanto passivo, è potens omnia fieri. Con questo San Tommaso non continuava solo a ripetere un luogo comune aristotelico, ma lo trasponeva e lo applicava in modo sorprendente. Ogni atto di capire finito deve essere un pati, perché l'intelletto in quanto tale è infinito. A motivo del suo ambito infinito l'oggetto dell'intelletto deve essere ens; questo oggetto non può essere ignoto; è conosciuto per se naturalmente. Come ci sono differenti tipi di intelletto così ci sono differenti modi di conoscere l'ens. Dal momento che il capire è per identità e che ens comprende tutta la realtà, solo un capire infinito può essere l'apprensione diretta e immediata dell'oggetto proprio dell'intelletto, l'ens intelligibile. [...] Mentre Dio è totum ens senza qualificazione, l'uomo è totum ens solo quodammodo.» (Conoscenza e interiorità, Città Nuova, 2004, pp 123-124)

Ti ricorderai che anche Cartesio, a modo suo, usava la stessa premura quando spiegava che infinito si dovesse dire soltanto di Dio, mentre l'estensione dell'universo, illimitata secondo Cartesio, fosse preferibile dirla indefinita.

A mio avviso questa maggiore libertà che ci prendiamo oggi ad usare il termine "infinito" è conseguenza del lavoro del grande matematico Georg Cantor che rigorizzò la distinzione tra infinito potenziale ed infinito attuale, distinguendo ulteriormente il secondo in infinito assoluto, da riservarsi soltato a Dio, ed infinito relativo o transfinito (secondo la terminologia cantoriana).
Forse conosci un po' la biografia di Cantor: è certo che le sue ricerche sull'infinito erano motivate non tanto dal loro interesse matematico, ma avevano una motivazione prevalentemente religiosa, come sappiamo dalla corrispondenza che Cantor intrattenne con i teologi delle Gregoriana a Roma.
Cantor temeva che il Magistero potesse autorevolmente stabilire che l'infinito attuale si dovesse dire solo e soltanto di Dio, lasciando per l'ente creato (reale o di ragione) soltanto l'infinito potenziale. Cantor pensava che, con una decisione del genere, la dottrina della Chiesa si sarebbe esposta a gravi critiche. Cantor voleva scongiurare un tale pericolo, e c'è una lettera dove Cantor, ormai vecchio, scriveva di sentirsi soddisfatto di aver reso un importante servizio alla Chiesa.
Così oggi, grazie a Cantor, possiamo tranquillamente affermare che l'intelletto umano sia attualmente infinito, senza però confonderlo con l'infinito assoluto che è Dio.

Mauro Mendula ha detto...

La distinzione cantoriana di cui parli - e che non conoscevo - soddisfa perfettamente le precauzioni di cui parlavo. Precauzioni che furono anche di Gustavo Bontadini o - in ambito fenomenologico - di Husserl quando distingue l'io puro' dall'io empirico. Dunque il pensiero in quanto tale nella sua apertura trascendentale all'essere (apertura dunque infinita, in quanto ha come solo limite il 'nulla') e l'io empirico che nella sua intenzionalità (esse intentionale o esse apparens, diceva Tommaso) ne è un punto di fuga prospettico.
Un salutone!
Mauro