mercoledì 15 gennaio 2014

Appunti sul caso Galileo

Da condividere alla bisogna per rispondere ai soliti luoghi comuni della propaganda anticlericale, senza dover ogni volta perder tempo a riscrivere sempre le stesse cose. Ma se qualcuno userà questo testo o parte di esso senza linkare il blog, anathema sit!

Questi appunti potranno essere soggetti ad aggiornamenti ed aggiunte nel caso mi capiti di incontrare obiezioni qui non contemplate.

Si afferma spesso che Galileo avrebbe dimostrato più competenza in teologia degli stessi teologi del suo tempo, illustrando nella famosa lettera a Cristina di Lorena come nella Scrittura si dovesse distinguere il senso letterale dal senso allegorico, morale o metaforico; e come la Scrittura non dovesse essere utilizzata per ricavare verità di ordine scientifico, essendone i contenuti ordinati alla salvezza dell'uomo e non alla conoscenza del mondo fisico.

In realtà queste erano tesi tradizionali, ben conosciute ed accettate. In particolare la lettera si reggeva su diverse citazioni di Sant'Agostino ed è noto che queste vennero suggerite a Galileo da un padre barnabita. Inoltre, sempre in quella lettera, anche lo stesso Galileo cadde nel concordismo ingenuo cercando di mostrare come pure l'ipotesi copernicana si adattasse alla lettera del testo biblico.
L'eliocentrismo era discusso nelle università sin dal XIV secolo e non aveva mai incontrato opposizioni teologiche. Queste cominciarono proprio con gli avversari di Galileo, che per criticarlo cercavano di spostare il dibattito dal piano scientifico a quello teologico, e la strategia fu appunto quella di attaccarsi ad alcuni versetti della Bibbia. Il cardinale Roberto Bellarmino, informato delle dispute, non entrò affatto nel merito (si veda l'importante studio di Giorgio de Santillana The Crime of Galileo). Era vecchio e non riteneva importante la questione; si limitò così a prendere una decisione che appariva di buon senso: si insegni l'eliocentrismo come ipotesi, e quando ci sarà la prova allora i teologi si preoccuperanno di come intendere i passi biblici apparentemente contrari. Tutto qui. Un provvedimento semplice di un uomo saggio che aveva responsabilità ben più ampie della sola ricerca scientifica. Nel XX secolo è nota la posizione di Paul K. Feyerabend, che elogiò l'atteggiamento del Bellarmino nel suo articolo Galileo and the Tyranny of Truth, che invito a leggere.

Riguardo al summenzionato atteggiamento del cardinale Bellarmino, egli spiegò la sua posizione sull'eliocentrismo in una lettera al teologo domenicano Paolo Antonio Foscarini, autore di un opuscolo in difesa della teoria copernicana. Ma sempre in quella stessa lettera, al contrario di Galileo, il cardinale sosteneva che la questione riguardasse anche la fede.

Il Bellarmino fece in realtà una distinzione sottile. Affermava sì che la questione eliocentrica riguardasse la fede, ma non perché la Bibba insegni come è fatto il mondo fisico. Il problema fisico in sé non sarebbe un problema di fede ma, secondo il Bellarmino, dal momento che la Bibbia, indirettamente, parla del moto dei pianeti, allora il problema fa entrare in gioco l'autorità della Scrittura, e pertanto le due questioni, scientifica e teologica, non possono essere del tutto separabili. Le parole del Bellarmino sono chiarissime: «se non è materia di fede ex parte obiecti, è materia di fede ex parte dicentis; e così sarebbe heretico chi dicesse che Abramo non habbia avuti due figliuoli e Iacob dodici, come chi dicesse che Cristo non è nato da vergine, perché l'uno e l'altro lo dice lo Spirito Santo per bocca de' Profeti et Apostoli». Quindi la questione è di fede perché chiama in causa l'autorità delle Bibbia, ma non perché la Bibbia pretenda di insegnarci la costituzione fisica del mondo, ed infatti, proseguiva poi il cardinale, se per ipotesi si fosse dimostrato l'eliocentrismo (che, per inciso, non si può, oggi infatti, dopo Einstein, sappiamo che la questione non ha senso perché il moto è sempre relativo) allora si sarebbero dovuti intendere i passi apparentemente contrari, comunemente interpretati alla lettera, in altro modo.
Con altre parole, essendo la Bibbia ispirata dallo Spirito Santo, essa è autorevole sempre, anche quando non parla di questioni direttamente inerenti alla fede (e quindi all'ambito teologico e morale). Il senso letterale può pertanto essere respinto come espressione della cultura del tempo in cui venne scritto, oppure richiamando sensi più profondi, ma lo si può fare solo quando vi sia fondato motivo, altrimenti è più prudente mantenere il senso letterale. In questo caso il fondato motivo sarebbe stata la dimostrazione dell'eliocentrismo, mancando la quale ci si sarebbe dovuti accontentare di parlarne solo come ipotesi.

Ma se si ammette che l'autorità della Bibbia vada rispettata sempre, si sta di fatto ammettendo che la Bibbia abbia qualcosa da insegnarci anche su campi che non sono solo quelli teologico e morale.

Le parole del Bellarmino sono chiare: ciò che è in questione non sono i contenuti, ma l'autorità della Scrittura. Il Bellarmino scrive esplicitamente che è compito degli astronomi studiare il moto dei pianeti, ed eventualmente di dimostrare l'eliocentrismo. Non è quindi dalla Bibbia che si possono ricavare queste conoscenze, ma solo attraverso la ricerca scientifica. Che senso avrebbe del resto dire che la Bibbia descriva il mondo fisico ma solo quando le sue descrizioni sono in accordo con la conclusioni scientifiche? Questo infatti è equivalente a dire che dalla Scrittura non si può ricavare alcuna nozione affidabile di fisica, e che solo la scienza ci dà informazioni dimostrate in merito. Ma se non ci sono buone ragioni per andare oltre il senso letterale (e Galileo non ne aveva), allora chi ci autorizza a questionare l'interpretazione tradizionale dei passi biblici sul moto dei pianeti e delle stelle? E se si permettesse la libera interpretazione su questi punti, non avendone però fondati motivi, cosa impedirebbe allora di mettere in questione il senso letterale anche in molti altri casi pur non vedendosene la necessità? Si ricordi inoltre che la principale preoccupazione delle Chiesa dell'epoca era quella di contrastare la riforma protestante, e che pertanto quella sul libero esame era una questione scottante che aveva profonde implicazioni per l'intera società. La prudenza era quantomai necessaria, e questo chiedeva il Bellarmino, prudenza.

Se però si accetta il postulato generale che tra le verità di fede e di ragione debba sempre esserci accordo, ne consegue allora che la Bibbia sia attendibile anche per quanto riguarda le verità scientifiche; ma questo sarebbe un errore, perché è evidente che il senso letterale debba talvolta essere respinto, come appunto avvenne poi per i passi riguardanti il moto dei pianeti.

C'è prima di tutto un aspetto di buon senso da notare: la Bibbia oltre a dire che il Sole si muove, dice anche molte altre cose sulla costituzione fisica del mondo che sono immediatamente evidenti, per esempio che le piante nascono dalla terra, che nel mare ci sono i pesci, che il fuoco brucia ecc. ecc. Ed è chiaro che quando leggiamo queste cose non dobbiamo andare a cercare chissà quale significato spirituale (che magari in aggiunta possono anche avere), ma accettiamo il significato letterale, perché è conforme alla ragione e all'esperienza. Ecco perché in un'epoca in cui il geocentrismo appariva evidente (anche ai filosofi), si dava per scontata l'interpretazione letterale dei passi biblici sul moto del Sole.
Bisogna poi evitare un grave errore logico. Dal dire che non deve esserci contraddizione alcuna tra la Scrittura e la scienza, posizione del resto condivisa anche da Galileo, non si può dedurre che la Bibbia ci insegni in modo attendibile delle verità scientifiche. Infatti, in generale, se non c'è contraddizione tra A e B, non significa che si possa dedurre B da A o viceversa. Il principio di non contraddizione è un principio vuoto, da esso non si cava alcuna conoscenza positiva. La storia di Cappuccetto Rosso non è per nulla in contraddizione con, per esempio, i testi di meccanica classica, ma questo non significa considerare quella favola com fonte attendibile per studiare meccanica. Nella favola ci viene raccontato che il lupo è più veloce e forte della bambina, e questa è in effetti anche una verità scientifica, ma non è dalla favola che possiamo imparare una tale nozione, né l'autore aveva intenzione di insegnarci ciò; piuttosto già sapendo che i lupi sono più veloci e forti degli uomini, immediatamente comprendiamo il racconto alla luce di queste nozioni. Ma quando invece il racconto ci dice che il cacciatore, squarciando il ventre del lupo, tirò fuori sane e salve nonna e nipotina, allora capiamo subito come ci stia narrando qualcosa di fisicamente impossibile, e pertanto immediatamente saltiamo ad un altro livello di interpretazione, quello puramente morale.

Tuttavia una posizione come quella del Bellarmino potrebbe minacciare la libertà di ricerca, e si mostra inoltre irrispettosa degli scienziati, i quali in genere credono immediatamente come vere le loro ipotesi e le loro intuizioni prima ancora di poterle dimostrare, ed è questo spirito che li spinge a portare avanti il loro lavoro.

Il Bellarmino non aveva certo intenzione di limitare alcuna ricerca, e lo scrive chiaramente. Aveva però grandi responsabilità nel valutare le possibili conseguenze sociali della ricerca, e pertanto adottò una posizione saggia ed equilibrata (e per questo venne elogiato da Feyerabend). Si può meglio comprendere la sua posizione leggendo il seguente passo da un suo sermone del 1571 (lo riporto in inglese perché il saggio originale di Santillana dove l'ho trovato è in inglese, non ho la versione italiana e non ho modo al momento di procurarmi il testo originale del Bellarmino):

«It is a matter of the very greatest difficulty to decide what ought to be understood by the expression, the "falling of the stars". Should we wish to interpret the word "stars" as meaning those igneous appearances which are commonly called falling stars... we ought to be careful lest we find ourselves in contradiction with the Gospel, for if the Gospel speaks of the real Sun and the real Moon, does it not follow that it also means real stars? On the other hand, if, swayed by the authority of the Gospel, we dare to affirm that the stars will really fall from heaven at the Last Day, we are immediately confronted by a mighty mob of mathematicians, out of whose hands there is no means of escape. They will vociferate and clamor in our ears, just as if they themselves had measured the size of the stars, that it is impossible for the stars to fall upon the Earth, for even the least of the fixed stars is so much bigger than the Earth, that the Earth could not possibly receive it if it were to fall.
To these asseverations of the mathematicians we might oppose the opinion of St. Basil the Great, St. John Chrysostom, St. Ambrose, the most learned St. Augustine, and very many others, who hold that, with the single exception of the Sun, the Moon is bigger than any of the stars, from which it follows that the Earth must be much bigger than any of them, for even the mathematicians admit that the Moon is much smaller than the Earth.
Still, such an argument would not keep the mathematicians quiet, and, as we have no wish to be drawn into a dispute with them, we give as our opinion… that the problem cannot be solved until the signs actually appear. In this way the confession of our ignorance would be our answer to the difficulty. All that Our Lord said about the judgement to come, the end of the world, and the signs that would precede it, was said in prophecy, and it is a characteristic of the sayings of the Prophets that, until what they have foretold comes to pass, their speech remains almost completely enigmatic to us.»

Questo passo dimostra anche come il Bellarmino comprendesse benissimo la psicologia degli scienziati. Ma tra il comprenderne la psicologia e legittimarne le pretese ce ne corre. Mantenere l'ortodossia era molto più importante che dar soddisfazione agli scienziati. Questi potevano benissimo condurre tutte le loro ricerche, dovevano solo usare prudenza nel divulgare i loro risultati nel caso comportassero difficoltà di natura extra-scientifica, non è chiedere molto. Del resto oggi il sensazionalismo è una delle maggiori piaghe della divulgazione scientifica e spesso sono proprio gli stessi scienziati che ci marciano. Chissà... magari il Bellarmino ci aveva visto lungo.

Ma la ricerca scientifica fu di fatto ostacolata dalle idee sostenute dalla Chiesa, nonostante le buone intenzioni del Bellarmino.

Questo purtroppo è solo un pregiudizio che ha fatto presa nella mentalità comune grazie alla propaganda anticlericale, ma è smentito dai fatti. Lo storico della scienza Maurice Finocchiaro, nel suo libro Retrying Galileo, 1633-1992, ha ricostruito come nel corso dei secoli la vicenda di Galileo sia stata recepita ed interpretata. Importanti storici della scienza come ad esempio David C. Lindberg e Ronald Numbers hanno prodotto diversi ed importanti lavori che demoliscono completamente la tesi del conflitto tra scienza e religione. Ed i fatti sono i seguenti. La teoria eliocentrica cominciò ad essere discussa nelle università già a partire dal XIV secolo (ad esempio da Buridano e Oresme) e non incontrò mai opposizioni teologiche (scientifiche invece sì, e ce ne erano di validissime, e su questo consiglierei almeno di leggere gli Studi Galileiani di Alexandre Koyré). Copernico pubblicò il suo trattato sull'eliocentrismo nel 1543 e fino al 1616 non ebbe alcuna opposizione religiosa. Per chi non lo sapesse, quello di Copernico è un trattato estremamente complesso che solo i matematici più esperti dell'epoca potevano comprendere. Teorie così avanzate non nascono dal nulla, c'è bisogno di una scuola affermata alle spalle. Copernico studiò a Bologna, Padova e Ferrara; Galileo, studiò a Pisa: tutte università che la Chiesa sosteneva e controllava. Pertanto, contrariamente alla versione favolistica purtroppo spesso insegnata anche nelle scuole, che li dipinge come sparuti geni emersi chissà come all'interno di un ambiente ottuso ed ostile, erano in realtà degli scienziati perfettamente inseriti nel contesto accademico della loro epoca, che si occupavano degli stessi problemi di cui si occupavano tutti gli altri scienziati, utilizzando gli stessi strumenti e le stesse conoscenze di base. L'eliocentrismo era un problema discusso da tutti i migliori scienziati dell'epoca, quindi non solo Copernico e Galilei, ma anche Clavius, Brahe, Keplero, Riccioli etc., e nessuno di loro né successivamante i loro testi ebbero mai problemi con la Chiesa cattolica. Nel 1616 il testo copernicano venne messo all'Indice "donec corrigatur", ovvero in attesa di essere corretto. Venne ripubblicato nel 1620 dopo aver cambiato undici frasi nell'introduzione, nelle quali l'eliocentrismo veniva dato per vero e non veniva trattato come ipotesi, ma venne lasciata intatta tutta la trattazione. Dopo la sua condanna del 1633, Galileo produsse senza problemi quella che è di gran lunga la sua opera più importante dal punto di vista scientifico, Discorsi e dimostrazioni intorno a due nuove scienze, testo che fu fondamentale per i successivi studi di Newton. E lo stesso Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, precedentemente messo all'Indice, venne ristampato in traduzione latina nel 1641 (due anni prima della morte di Galileo), diventando così disponibile per tutta la comunità di studiosi. Dopo la condanna di Galileo l'eliocentrismo continuò ad essere discusso in tutte le università, e Finocchiaro nota che negli anni immediatamente successivi al processo, sull'eliocentrismo vennero stampati molti più libri nei paesi cattolici che nei paesi protestanti. Questi sono i fatti, e non si capisce allora come si possa sostenere che la ricerca scientifica sia stata ostacolata.

Resta però un altro problema. Il Sant'Uffizio condannò Galilei per eresia. In questo modo la Chiesa avrebbe stabilito che l'eliocentrismo fosse una dottrina eretica per poi successivamente cambiare idea. Questo dimostrerebbe che la Chiesa possa errare su questioni di fede e che i dogmi possano essere modificati.

Anche in questo caso la questione non è per nulla così semplice. Galilei fu più precisamente condannato in quanto «veementemente sospetto di eresia» poiché contravvenne all'ingiunzione di non insegnare una teoria in contrasto con le Sacre Scritture. Sono stati espressi molti dubbi se quella ingiunzione fosse mai stata realmente presentata a Galilei o se fosse solo un falso usato per riuscire a processarlo (vedere il già citato studio di Santillana), ma di fatto la questione non può essere risolta. Resta comunque che, ufficialmente, Galilei non venne condannato come eretico.
Effettivamente nella sentenza è scritto che la teoria eliocentrica sia «assurda e falsa in filosofia, e formalmente eretica, per essere espressamente contraria alla Sacra Scrittura». Tuttavia questo non è sufficiente per poter affermare che secondo il Magistero cattolico l'eliocentrismo fosse eretico; infatti per stabilire e condannare definitivamente una dottrina come eretica è necessario un concilio ecumenico oppure un pronunciamento ex cathedra del Papa. Il Sant'Uffizio invece non aveva un'autorità del genere. Certamente sarebbe da considerarsi eretico tutto ciò che è in contraddizione con la Sacra Scrittura, ma a patto però di aver realmente inteso cosa la Scrittura stia in verità dicendo. Nella sentenza il Sant'Uffizio diede di fatto per assodata la veracità del senso letterale, ciò che però, per quanto fosse esegesi tradizionale, non era mai stato definitivamente stabilito (da un concilio o da un papa). Ed in effetti la posizione netta del Sant'Uffizio era in contraddizione con quella del Bellarmino (che nel frattempo era morto), il quale come abbiamo visto ammetteva, almeno come ipotesi, che si sarebbe potuto tentare di dimostrare l'eliocentrismo e che, se vi si fosse riusciti, i teologi ne avrebbero dovuto tener conto superando il senso letterale dei passi biblici. Quando invece una dottrina è stabilita dogmaticamente, significa che per la Chiesa quella dottrina è vera, e pertanto non si ammette più la possibilità di dimostrarne il contrario. È così che funziona il Magistero infallibile della Chiesa.
Abbiamo visto che l'eliocentrismo era discusso sin dal XIV secolo, e che si continuò a discuterlo anche dopo la condanna di Galileo, che fu pertanto solo un inciampo nel corso della storia. Dopo il processo, tutti i sostenitori dell'eliocentrismo, come ad esempio Cartesio, Gassendi, Marsenne e altri, si difendevano esattamente allo stesso modo: la sentenza del Sant'Uffizio non poteva essere vincolante, perché nessun concilio e nessun pronunciamento ex cathedra del Papa aveva mai stabilito in modo definitivo che tale dottrina fosse eretica (si vedano ancora Santillana e Finocchiaro, o anche il saggio di Paolo Galluzzi, Gassendi and l'Affaire Galilée of the Laws of Motion). Il teologo e scienziato Juan Caramuel y Lobkowitz, all'epoca noto ed influente, nella sua Theologia moralis fundamentalis scrisse espressamente che se in futuro l'eliocentrismo fosse stato dimostrato, non si sarebbe comunque potuto imputare al Magistero alcun errore, perché mai c'era stato un pronunciamento autorevole e definitivo attestante il carattere incontrovertibilmente eretico della teoria eliocentrica. Certamente la questione era oggetto di aspre dispute e c'era chi sosteneva il carattere eretico dell'eliocentrismo, ma non è possibile affermare che la Chiesa, per ciò che riguarda il suo Magistero infallibile, abbia sbagliato; la Chiesa non è mai caduta in contraddizione con se stessa, perché un "dogma geocentrico" non è mai esistito.
Si può fare anche qualche altro esempio per meglio capire come funzioni questo genere di cose: il beato Rosmini venne messo all'Indice, ma poi la condanna venne ritirata. Perchè? Perché inizialmente le sue tesi apparivano eretiche, poi analizzandole e comprendendole più a fondo si capì che non lo erano. Anche lo stesso Bellarmino finì all'Indice un tempo. Pensate, un Dottore della Chiesa all'Indice! Ecco perché dico che il Sant'Uffizio (o la Congregazione dell'Indice) non aveva l'autorità per stabilire se una dottrina fosse eretica o meno. Aveva il compito di vigilare e prendere provvedimenti, ma se una dottrina fosse eretica poteva, e può tuttora stabilirlo in maniera defitiva solo un concilio o il Papa ex cathedra, e quando lo fanno la questione è chiusa. Ecco perché si può affermare tranquillamente che l'eliocentrismo non è mai stato bollato come eretico. Ai tempi delle dispute sull'Immacolata Concezione, macolisti ed immacolisti si accusavano reciprocamente di eresia, ma ovviamente nessuno dei due gruppi poteva considerarsi eretico, perché non c'era mai stata alcuna defizione dogmatica in merito. Certi problemi sono complessi, e la teologia non è per tutti, non è un campo dove ognuno può dire la sua alla leggera. Ci vuole preparazione, attenzione, diligenza, meticolosità, prudenza e, anche, il tempo. Fanno sorridere quindi quelli che pensano di risolvere in poche battute la questione galileiana o che pensano che nel pensiero cattolico, con i suoi dogmi, non trovino spazio il dibattito e la ricerca. In realtà le dispute avvengono ad un livello molto più alto, che in genere chi è fuori dalla Chiesa nemmeno si immagina.

Ma alla luce di tutto ciò sembrerebbe che la condanna di Galileo sia stata giusta.

Considerando tutto quanto abbiamo visto, la condanna è certamente giustificabile. Si tenga anche presente che Galileo in qualche modo andò pure un po' a cercarsela: non era un carattere facile, cosa che lo portò a crearsi molte inimicizie, anche influenti, ed inoltre ebbe la "bella" idea, nel Dialogo, di mettere le opinioni di Papa Urbano VIII, che lo aveva sempre difeso e sostenuto, in bocca al personaggio stolido.
Tuttavia la sentenza fu indubbiamente troppo dura, e si sarebbe potuta tranquillamente evitare. Una reprimenda sarebba stata probabilmente più che sufficiente.

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