mercoledì 26 febbraio 2014

La Metafisica non è Logica

Si badi alla "L" maiuscola in "Logica", il titolo è solo un gioco di parole, e la mia intenzione non è quella di sostenere l'insignificanza della metafisica, anzi, sosterrò esattamente l'opposto, che la metafisica costituisca la via d'accesso alla conoscenza certa dell'essere, a patto però di non confonderla con un'altra disciplina, la logica appunto.
Parlando della matematica, che tuttavia come sappiamo egli riduceva alla logica, Bertrand Russell disse: «La matematica è la sola scienza esatta in cui non si sa mai di cosa si sta parlando né se quello che si dice è vero». E allo stesso modo esistono concezioni logiciste della metafisica che soffrono del problema dell'indimostrabilità degli assiomi, rendendo arbitrario l'intero sistema. Ma non tutta la metafisica si riduce a questi tentativi, che tra l'altro sono piuttosto moderni, gli antichi procedevano in altro modo.
Essendo la metafisica scienza di tutto l'essere, l'unico suo assunto è l'essere che immediatamente si dà nell'esperienza, assunto che nessuno potrebbe seriamente tacciare di arbitrarietà: «c'è qualcosa», di questo nessuno può dubitare. Su questa prima ed immediata manifestazione dell'essere il pensiero riflette, e tutte le astrazioni, le generalità, i principi universali che vi trova, vengono determinati a partire dall'essere stesso e nell'essere vengono sempre fatti ridiscendere verificandone la consistenza. Così dai particolari si conosce l'universale, la forma pura, ed essa, ricalata nei particolari, li mostrerà sotto nuova luce, comprendendoli non più come meri particolari ma come parti di un'unica struttura. Il procedere della metafisica dunque non è la deduzione dell'essere dai principi ma, come scriveva Cornelio Fabro, «è la coerenza di implicazione dei principi nella presentazione del reale». È così che allora si scopre (non si assume) anche il principio di causa, dalla costatazione che ogni ente non si dà mai da solo, in un confuso pulviscolo di monadi, ma sempre in una tela di rapporti e di formalità partecipate; dunque il pensiero inizia ad interrogarsi sistematicamente sulle validità d'essere, ossia ad indagare le condizioni necessarie e sufficienti del darsi dell'essere degli enti. E man mano che si procede nell'esplorazione si scoprono nell'essere forme, strutture, ragioni che immediatamente non si mostravano, fin quando non più soltanto considerato nel contenuto delle sue determinazioni (certe qualità, certe quantità, certe relazioni etc.) ma, nel suo divenire, l'essere viene conosciuto in opposizione al niente, perché per ogni ente, in se stesso, divenire altro da sé, implica il nullificarsi di quanto di quell'ente era prima. L'essere allora non verrà più soltanto considerato come la totalità di ciò che è, ma come il fondamento dell'esistenza attuale di ogni ente, il quale ente invece, rispetto al suo contenuto essenziale determinato, è ancora, di per sé, indifferentemente disposto sia verso l'essere che verso il niente. Dunque l'essere è forza originaria che tiene ogni cosa saldamente sospesa sopra l'abisso del nulla, l'essere è sorgente zampillante da cui tutto scaturisce. A questo essere ci si riferisce di solito con l'espressione "atto d'essere", perché come il vivere è l'atto del vivente, per il quale il vivente esiste come tale e senza il quale cesserebbe di esserlo, così l'essere è l'atto dell'ente, l'atto fondativo della totalità del reale sul nulla, dunque l'atto di tutti gli atti, e così anche atto dello stesso pensiero che conosce l'essere. Ma se questo atto d'essere fosse originariamente ed essenzialmente diveniente e, perciò, limitato, allora ogni novità apportata dal divenire non scaturirebbe dall'essere ma dal nulla, ed il nulla e l'essere sarebbero la stessa cosa, il che è palesemente assurdo. Pertanto l'essere non può avere limitazione alcuna. Così se l'essere in principio era ridotto (dal pensiero finito che lo conosce) solamente al suo farsi presente nell'esperienza, ora, invece, si rivela protendersi verso un orizzonte più ampio, infinito, verso un massimo di perfezione cui nulla può mancare e da cui tutto sorge. Dunque la totalità del reale non è riducibile a quel primo essere molteplice e diveniente dato nell'esperienza, perché tale riduzione sarebbe contraddittoria. E non si tratta qui di mostrare che il perfetto esista, come pretenderebbe il noto argomento ontologico, ma piuttosto di comprendere 1) che l'essere è perfetto, pena la sua stessa contraddittorietà che lo trascinerebbe nel nulla; 2) che il mondo, quale si dà nell'esperienza e nel pensiero dell'ente finito, non è perfetto; 3) che pertanto l'essere nella sua piena perfezione non è il mondo, dunque lo trascende. La metafisica, intuita da Parmenide, e sviluppata poi dai grandi come Platone, Aristotele, Plotino e Tommaso, si fa in questo modo, questo è il cammino che nella storia della filosofia, tra alti e bassi, si è sempre seguito e che si deve proseguire, costruendo sulle conoscenze già acquisite, esplorando sempre più in largo e sondando sempre più a fondo l'inesauribile campo dell'essere. Non stiamo dunque costruendo da zero, come in logica, un sistema fondato su assiomi arbitrari da cui dedurre e quindi spiegare il reale, senza neanche avere, come è noto per via delle implicazioni del teorema di Godel, la possibilità di verificare la non contraddittorietà del sistema stesso. No. La metafisica parte da un assunto che arbitrario non è: la realtà effettuale. La metafisica inoltre non pretende di definirsi come un sistema chiuso e completo di conoscenze, ma è un cammino indefinito, lungo il quale tuttavia si accumuleranno sempre nuove conoscenze e sempre più profonde. E tali conoscenze saranno certamente non contraddittorie in quanto riferite al reale stesso, che contraddittorio non può essere, perché la contraddizione in ultima istanza è essere e non essere sotto il medesimo rispetto: dunque per la realtà, in quanto essa, per l'appunto, è, non si dà il caso che non è, e non si dà così alcuna contraddizione nel reale. A questo punto a qualcuno potrebbe forse venire in mente la dialettica hegeliana, e pensare che essa non si concili con quanto appena detto sulla contraddizione. Io invece credo che si concili, ma su questo, a Dio piacendo, dirò qualcosa in seguito.

1 commento:

Mauro ha detto...

Davvero una sintesi ottima! La contraddizione scinde il linguaggio dal pensiero e dall'essere, rendendolo inespressivo: è dicibile ma non-pensabile nella sua sintesi reale, perché impossibile. L'esigenza della rimozione della contraddizione che sorge ad ogni analisi difettiva del reale per tutelarne l'intelligibilità è il motore della metafisica.

Mauro