martedì 29 luglio 2014

Hegel, Fabro e il problema del cominciamento

Raccolgo qui, a futura memoria, alcune riflessioni degli ultimi giorni a proposito della dialettica hegeliana. Non pretendo di esser chiaro ed esaustivo, in fondo questo blog è quasi un quaderno di appunti (e forse scriverò pure qualche fesseria, del resto sono un dilettante). Forse un giorno, mettendo tutto insieme, si riuscirà a cavarne un discorso organico, ma per ora lascio libero corso alle riflessioni così come vengono, poi si vedrà.
Da qualche mese mi sto dedicando a Hegel, guidato dalla lettura in parallelo del testo di Cornelio Fabro sulla dialettica hegeliana (una cui sintesi può essere scaricata qui). Fabro riconosce ad Hegel, più che ad ogni altro autore, la corretta impostazione del problema metafisico: 1) in filosofia il cominciamento ha da essere senza presupposti; 2) il cominciamento dovrà essere ritrovato alla fine come risultato; 3) il cominciamento si fa con l'essere. - Ad Heidegger poi riconosce nelle sue linee generali l'analisi dell'oblio dell'essere (l'essere come atto) in favore dell'ente nella storia della filosofia occidentale, ed è per questo che secondo Fabro le migliori introduzioni alla metafisica sono proprio Hegel ed Heidegger, autori con i quali tutti devono fare i conti, ma è in Tommaso che Fabro trova le soluzioni ai loro problemi -.
La principale critica che Fabro rivolge a Hegel è che se si tenta di fare il cominciamento, come lui fa, con l'essere indeterminato, vuoto intuire, puro intenzionare senza oggetto, la pretesa di questo essere di determinarsi dall'interno e fare poi il salto all'Assoluto mediante la doppia negazione (l'essere, che è negatività, si nega, riempiendosi), è priva di consistenza, come voler ottenere un numero finito elevando a potenza lo zero, è impossibile. Il procedere (che è un ritorno) hegeliano verso il risultato non sarebbe dunque che una petitio principii, lo si può fare solo perché si presume già la conclusione. Ed è per questo che Fabro considera inevitabili gli esiti della sinistra hegeliana, che rifiuterà di elevarsi al di sopra del finito e di giungere all'Assoluto.
All'essere vuoto di Hegel, Fabro contrappone l'ens di Tommaso. La forma participiale è infatti, scrive Fabro, il "plesso della concretezza", esprime l'essenza-che-è per l'atto d'essere, il plesso di esse-essentia, atto-contenuto. L'ens è originariamente sintetico, e si presenta dunque immediatamente come atto pieno di contenuto, atto di tutti gli atti, ed è nel suo presentarsi che la coscienza stessa viene posta in atto ed immediatamente riempita (la coscienza vuota, come pura intenzionalità senza oggetto, è solo una vuota astrazione, di fatto nulla).
La lettura fabriana di Hegel è certamente consistente, ma se posso permettermi dal basso delle mie povere conoscenze (a differenza di Fabro infatti io non mi sono letto in lungo e in largo Hegel, gli hegeliani, Heidegger, Kierkegaard etc.), a me pare che la sua critica sia eccessivamente unilaterale.
È certamente vero che Hegel insiste nel corso di tutta la sua Logica nel dire che l'essere è il nulla, ma al tempo stesso insiste anche sulla loro differenza, altrimenti non ci sarebbe alcun passaggio dialettico dall'uno all'altro, ma pura identità. Mi pare che l'unico modo per salvare la possibilità della dialettica essere-nulla, che nelle intenzioni di Hegel certamente va salvata e non può essere ricondotta alla pura identità, sia quella di riconoscere l'essere del cominciamento non come puro vuoto, ma come indifferenza. Cerco di spiegare e giustificare.
Nella Scienza della Logica, parlando del cominciamento, Hegel conclude che necessariamente esso non dovrà presuppore alcuna distinzione tra soggetto ed oggetto, e dunque «non v'è da far altro, scartando tutte quelle riflessioni od opinioni che si hanno, che accogliere, soltanto, ciò che ci sta dinanzi. In quanto è venuto a fondersi in questa unità, il sapere puro ha tolto via ogni relazione a un altro e a una mediazione. È quello che non ha in sé alcuna differenza. Questo indifferente cessa così appunto di esser sapere. Quel che si ha dinanzi non è che semplice immediatezza. La semplice immediatezza è essa stessa un'espressione di riflessione, e si riferisce alla sua differenza dal mediato. Nella sua vera espressione questa semplice immediatezza è quindi il puro essere».
Per dirla alla Husserl, a me sembra che qui l'essere non venga davvero svuotato, ma semplicemente messo tra parentesi nella sua totalità, reso neutro, ma che tuttavia resti pieno di contenuto, e sappiamo infatti che per Hegel il togliere è sempre, anche, un conservare.
Ecco, se si potesse accettare questa lettura "husserliana" del cominciamento, allora credo che, almeno nella sua struttura generale, la Scienza della Logica possa restare in piedi e che sfugga alla critica di Fabro. Non ho le competenze per fornire una difesa solida e dettagliata di questa lettura, però mi pare che essa sia almeno conforme alle intenzioni di Hegel, che da una parte rifiuta lo scetticismo ed i suoi esiti nichilistici, e dall'altra rifiuta di partire, come Spinoza e Schelling, direttamente dall'Assoluto, ciò che condurrebbe inevitabilmente al pantesimo, che invece Hegel vuole evitare. L'intenzione di Hegel, confermata nelle sue lezioni sulle prove dell'esistenza di Dio, che considerava il completamento della Logica, è chiaramente quella di partire, aristotelicamente, dal finito, per concludere all'Assoluto, cosa impossibile se il cominciamento si fa su un essere che coincide esattamente con il puro e semplice nulla. Se la lettura che io propongo si rivelasse invece del tutto inconsistente con i testi hegeliani, allora dovremmo concludere che la critica di Fabro è corretta.

1 commento:

Mauro ha detto...

Ottimo Francesco! Concordo con te. Il 'sapere puro' è la pura presenza, che coincide con l'orizzonte trascendentale dell'essere (lo stesso è il pensare e l'essere, diceva Parmenide), ciò che potremmo chiamare l'unita dell'immediatamente noto, all'interno del quale si manifesta come 'dato' lo stesso io empirico. Tomisticamente potremmo chiamarlo l'esse commune che - ad una integrazione esegetica - solo impropriamente può essere definito come 'puro indeterminato', ma piuttosto come l'orizzonte che fonda e mantiene in sé ogni possibile determinazione la quale, per esser tale, necessità di porvisi all'interno in forza dell'actus essendi. Su questo stesso passaggio hegeliano t'invito a leggere il breve punto 14. del testo che ti ho inviato ieri (per una teoria del fondamento) laddove Bontadini, pur condividendo l'impostazione hegeliana ravvisa ancora in essa qualche traccia 'gnoseologistica' ed empirista.