venerdì 12 settembre 2014

L'etica dei pagani

Poiché si rimproverano spesso i cristiani di aver introdotto un'etica troppo rigida, in particolare sulla sessualità, sarà bene ricordare cosa scrissero in merito alcuni fra i più grandi filosofi pagani. Qui riporto alcuni passi di Platone, Aristotele e Porfirio, tratti rispettivamente dalle Leggi, Etica Nicomachea e Contro i cristiani.

PLATONE

Visto che ogni tanto qualcuno tira fuori la balla secondo cui Platone approvasse i rapporti omosessuali, se vi capita potete citargli questi passi che scrisse nelle Leggi.

«Vidi ragazzi e ragazze che si facevano reciprocamente manifestazioni d'affetto: e fui naturalmente colto dal timore, pensando che cosa si dovesse fare in uno stato simile in cui i giovani e le giovani sono bene allevati, liberi dalle fatiche più pesanti che attenuano il desiderio di eccessi, occupati tutti quanti, per tutta la vita, a fare sacrifici, feste, e cori. In che modo allora, in questo stato, si potrà stare lontani da quelle passioni che gettano la maggior parte delle persone in condizioni di estrema gravità, passioni da cui la ragione ordina di astenersi, se solo potesse diventare legge? E non c'è da stupirsi se le norme precedentemente stabilite tengono a freno la maggior parte di quelle passioni - il proibire infatti di arricchirsi eccessivamente costituisce un bene non piccolo per la temperanza; e tutto il complesso dell'educazione è stato ordinato secondo delle leggi che mirano a questi stessi scopi; ed inoltre l'occhio dei magistrati, obbligato a non guardare altrove, ma a controllare sempre e soprattutto i giovani, cerca di frenare, per quanto è umanamente possibile, le altre passioni -; ma come guardarsi dagli amori dei bambini, maschi e femmine, e da quelli delle donne che assumono il ruolo di uomini, o da quelli degli uomini che assumono il ruolo di donne, donde scaturisce tutta una serie di mali sia per gli uomini in privato, sia per gli stati interi? E quale farmaco, adatto in ciascuno di questi casi, si potrebbe trovare per sfuggire ad un simile rischio? Non è per nulla facile la questione Clinia. E infatti, se tutta Creta e Sparta ci vengono non poco in aiuto in tutte le altre cose, quando fissiamo delle leggi che sono diverse dalle comuni consuetudini, intorno agli amori - diciamolo con franchezza dato che siamo fra di noi - ci sono assolutamente contrarie. Se qualcuno allora, conformandosi alla natura, ristabilisse la legge in vigore prima di Laio, affermando che è giusto che i maschi non si uniscano con i maschi o con i ragazzi, come se fossero donne, nell'unione sessuale, e chiamasse a testimone la naturale inclinazione degli animali, dimostrando a tal proposito che nessun maschio ha relazioni con un altro maschio perché questo è contro natura, ricorrerrebbe forse a un'argomentazione persuasiva, ma in totale disaccordo con i vostri stati. Inoltre, proprio quel fatto su cui diciamo che il legislatore deve riporre la massima attenzione, non si accorda con questa materia. Noi infatti cerchiamo sempre quale, fra le leggi stabilite, conduce alla virtù e quale no: coraggio, allora, se fossimo d'accordo nello stabilire per legge che le consuetudini attuali sono buone o, in ogni caso, nient'affatto vergognose, quale contributo potrebbero darci per incrementare la virtù? Forse esse susciteranno nell'anima di chi viene persuaso l'inclinazione al coraggio, o in quella di chi persuade il genere della temperanza? O nessuno dovrebbe mai lasciarsi persuadere da queste cose, facendo, piuttosto, tutto il contrario? E non biasimerà ognuno la mollezza di chi cede ai piaceri e non è in grado di resistervi? E non criticherà quell'uomo che imita la donna e cerca di farsi simile ad essa?
[...]
proprio questo ho detto prima, e cioè che ero in grado di possedere un'arte in vista di questa legge che regola secondo natura le unioni carnali finalizzate alla procreazione, evitando che ci si astenga dall'unione fra maschi, in modo che non si elimini premeditatamente il genere umano disperdendo il seme sulle pietre e sui sassi, dove mai il seme potrà mettere le sue radici e trovare una natura feconda, e lo si possa tenere lontano da ogni grembo di donna nel quale tu non vorresti che nascesse. Se questa legge avrà durata e potere, così come ora ha potere sulle unioni carnali con i genitori, se giustamente vincerà anche nelle altre unioni illecite, allora determinerà una serie infinita di beni. Prima di tutto si fonda sulla natura, e, quindi, fa in modo di tenere lontani gli uomini dal furore e dalla follia erotica, da tutti gli adulteri, da tutti gli eccessi nel bere e nel mangiare, e li rende affettuosi verso le loro mogli: ma molti altri beni potrebbero nascere, se si riuscirà ad essere padroni di questa legge.
[...]
La pietà verso gli dèi, l'amore per gli onori, e il desiderio non di bei corpi, ma delle nobili indoli dell'anima. Queste cose che abbiamo detto come in un mito sono delle preghiere che, se si realizzassero, rappresenterebbero un gran bene per tutti gli stati. Forse, se il dio vorrà, riusciremo con la forza ad ottenere l'una o l'altra di queste due condizioni riguardo ai piaceri d'amore: o che nessuno abbia il coraggio di toccare nessun cittadino libero e legittimo che non sia, per il marito, la sua sposa, e che nessuno sparga semi illegittimi e bastardi su concubine, o, essendo sterile, sui maschi, andando contro natura; oppure che si eliminino del tutto le relazioni intime fra maschi, e riguardo alle donne, se qualcuno avrà relazioni intime con qualcuna che non sia entrata in casa sua con l'auspicio degli dèi e con le sacre nozze, sia essa compra ta o sia stata acquistata in qualche modo, e questo fatto non sia nascosto a nessuno, uomini e donne, risultino da noi fissate correttamente, a quanto pare, le leggi, se stabiliamo la norma per cui egli sia privato dei diritti civili, come fosse realmente uno straniero. Questa legge, sia che si debba dire che è una, o anche che sono due, sia stabilita a proposito dei piaceri sessuali e di tutti i piaceri d'amore in genere che, mossi da questi desideri, fanno in modo che noi intrecciamo delle relazioni, comportandoci più o meno rettamente.» - Platone, Leggi, libro VIII

«Perciò piuttosto per tutto l'anno e per tutta la vita, ma specialmente in quel tempo in cui si genera, bisogna prestare attenzione perché non si agisca in modo da contrarre malattie e non si faccia nulla che contenga in sé violenza o ingiustizia [...] il principio della vita che è collocato negli uomini è un dio che mette in salvo ogni cosa, se riceve il dovuto onore da parte di ciascuno di quelli che se ne servono.» Ibid., libro VI

ARISTOTELE

E veniamo ad Aristotele. Nell'Etica Nicomachea, elencando una serie di comportamenti da lui definiti bestiali, tra i quali alcuni anche molto scabrosi (ad esempio racconta di una donna che sventrava le donne incinte per divorarne i feti), inserisce anche il fare l'amore tra maschi. Ecco cosa scrive:

«Ora, poiché alcune cose sono piacevoli per natura, e di queste alcune lo sono in senso assoluto, altre a seconda dei tipi sia degli animali sia degli uomini, mentre altre cose non lo sono, ma lo diventano o per difetti di crescita o per abitudini acquisite, altre ancora per depravazione della natura, è possibile vedere anche di ciascun tipo di queste le disposizioni corrispondenti. Intendo per disposizioni bestiali, per esempio, quella della donna che, dicono, sventrava le donne incinte e ne divorava i feti, o quelle di cui provano piacere, dicono, certi selvaggi delle coste del Ponto, alcuni dei quali mangiano carni crude, altri carni umane, altri ancora si scambiano reciprocamente i figli per farne lauto pasto, o quello che si racconta di Falaride. Questi sono comportamenti bestiali; ma certi sono provocati da malattia (anche da follia per alcuni, come quel tale che offrì sua madre in sacrificio e la divorò, o quello schiavo che si mangiò il fegato del suo compagno), altri sono stati morbosi derivati da un'abitudine, come, per esempio, lo strapparsi i capelli e il mangiare le unghie, e anche carbone e terra; ed inoltre, fare l'amore tra maschi.» - Libro VII, 5

Elencatala in una siffatta lista di depravazioni, si può dire che Aristotele abbia un giudizio molto duro verso l'omosessualità. Ma subito dopo il Filosofo invita a distinguere il vizio dalle persone, spiegando che questi comportamenti possono a volte essere congeniti o derivanti da circostanze sfavorevoli (per esempio se uno ha subito abusi da bambino), e che pertanto non tutti quelli che hanno tali comportamenti possono immediatamente essere indicati come incontinenti. Ma questo è esattamente ciò che anche la Chiesa insegna. Insomma Aristotele già sapeva che si deve distinguere peccato e peccatore. Questo dimostra che certe verità sono di ragione e non solo di fede. Ecco il testo:

«Ad alcuni questo succede per natura, ad altri in forza di un'abitudine, come a quelli che sono stati violentati da bambini. Nessuno, dunque, può dire incontinenti tutti coloro la cui depravazione è causata dalla natura, come non si possono chiamare incontinenti le donne, dal momento che nella copulazione non sono attive ma passive. Altrettanto si deve dire di coloro che hanno disposizioni morbose a causa di un'abitudine. Quindi, il possesso di ciascuno di questi tipi di disposizione è al di fuori dei confini del vizio, come lo è la bestialità; per l'uomo che le possiede, dominarle o esserne dominato non costituisce la continenza o l'incontinenza pure e semplici, ma solo per analogia, come chi è in questa situazione per i suoi scoppi di impulsività non si deve chiamare semplicemente incontinente, ma incontinente in questa passione. Infatti, ogni volta che arrivano all'eccesso, la stoltezza, la viltà, l'intemperanza, il cattivo carattere sono o bestiali o morbosi. L'uomo, infatti, che per natura è di indole tale da avere paura di tutto, anche dello strepito di un topo, è vile di una viltà bestiale, mentre chi ha paura di una donnola è determinato da una malattia. E degli stolti, alcuni sono privi di ragione per natura e, poiché vivono soltanto col senso, sono bestiali, come certe razze di barbari lontani; altri invece, che sono privi di ragione a causa di malattia come l'epilessia o la follia, sono morbosi. Ora, di queste disposizioni morbose uno può possederne qualcuna soltanto qualche volta, senza esserne dominato: intendo, per esempio, il caso in cui Falaride si fosse contentato quando desiderava divorare un fanciullo o quando desiderava procurarsi un piacere sessuale contro natura. Ma è possibile anche essere completamente dominati da queste passioni, e non soltanto possederle. Orbene, come anche nel caso della perversità, quella a livello umano è chiamata perversità semplicemente, mentre quella con una determinazione aggiuntiva si chiama perversità bestiale o morbosa, e non semplicemente perversità, nello stesso modo è chiaro che anche l'incontinenza è ora bestiale ora morbosa, mentre è puramente e semplicemente incontinenza solo quella corrispondente all'intemperanza umana. È dunque chiaro che incontinenza e continenza hanno per oggetti solo quelli dell'intemperanza e della temperanza, e che riguardo agli altri oggetti c'è un'altra specie di incontinenza, chiamata così per metafora e non in senso assoluto.»

PORFIRIO

Infine è molto interessante considerare alcuni passi di Porfirio tratti dalla sua opera Contro i Cristiani, probabilmente la più importante critica al cristianesimo che l'antichità pagana abbia prodotto. Ma prima di passare direttamente agli argomenti di etica, è meglio introdurre alcune sue riflessioni teologiche. I filosofi cosiddetti neoplatonici, come Porfirio, credevano in uno unico Dio, l'Uno, come primo principio, creatore di ogni cosa, cui era sottoposta una pluralità di dei. Ecco allora cosa scriveva Porfirio nel suo Contro i cristiani.

«Tuttavia cercheremo di sapere in modo chiaro ciò che riguarda la monarchia del Dio unico e la poliarchia degli dei che vengono venerati, poiché non sai neanche esporre il significato della monarchia. Monarca infatti non è colui che è solo, ma colui che regna da solo. Evidentemente egli governa sulle persone della sua stessa razza, sui suoi simili; ad esempio l'imperatore Adriano è stato un monarca, non perché era solo, né perché governava i buoi e le pecore, che sono comandati dai pastori di greggi e dai pastori di buoi, ma perché regnava sugli uomini della sua stessa specie che avevano la sua stessa natura. Allo stesso modo non avrebbe potuto essere chiamato monarca in senso proprio, se non governasse gli dei; ciò infatti conviene alla maestà divina e alla grande dignità celeste.» (Frammento 75)

«Infatti se dite [si rivolge ai cristiani - ndr] che vicino a Dio si trovano gli angeli non soggetti alle passioni, immortali e per natura incorruttibili, che noi chiamiamo dei in quanto sono vicino alla divinità, perchè discutere sul nome o solo prendere in considerazione il diverso modo di chiamarli? Infatti anche colei che viene chiamata Atena presso i Greci, i Romani chiamano Minerva, invece Egiziani, Siri e Traci la chiamano in modo diverso, e certamente non è per la differenza dei nomi che l'appellativo di divinità si conforma o si sminuisce. Dunque che li si chiami dei o angeli, non c'è molta differenza, in quanto è attestata la loro natura divina, e lì Matteo scrive così: - E Gesù rispose e disse: 'voi vi sbagliate perché non conoscete le Scritture né la potenza di Dio; infatti alla resurrezione non si prende né moglie né marito, ma si è come angeli nel cielo' - Ammettendo dunque che gli angeli partecipano della natura divina, coloro che rendono agli dei la dovuta venerazione, pensano che il dio non stia nel legno, nella pietra o nel bronzo di cui è fatto il simulacro, né se qualche parte della statua è stata mutilata, pensano sia stata diminuita la potenza del dio. Infatti è per non dimenticare che le statue e i templi furono eretti dagli antichi, affinché coloro che si recavano lì, essendo a riposo, si addormentavano e, purificatisi da tutto il resto, pensavano al dio o si avvicinavano per rivolgergli preghiere e suppliche, domandando a lui ciò di cui ognuno ha bisogno. E infatti se uno crea l'immagine di un amico, certamente egli non pensa che l'amico si trovi in essa, né che le membra di quel corpo siano racchiuse nelle parti del dipinto, ma per mezzo di quello venga mostrata la stima nei confronti dell'amico. Così i sacrifici fatti agli dei non portano tanto la venerazione ad essi quanto piuttosto sono la prova dell'affezione dei devoti e del fatto che non sono ingrati nei loro confronti. Inoltre è a buon diritto che le figure delle statue siano di forma umana, in quanto si pensa che l'uomo sia il più bello tra gli animali e sia l'immagine di Dio [interessante che anche un pagano sostenesse ciò - ndr]. Inoltre è possibile rafforzare il concetto con un altro passo della Bibbia [Porfirio cita le Scritture per dimostrare che i cristiani insegnassero cose che i pagani sapevano già, senza bisogno della Rivelazione] che afferma che Dio ha dita con le quali scrive dicendo: - E diede a Mosé le due tavole scritte col dito di Dio - Ma anche i cristiani, imitando le costruzioni dei templi, edificano case grandissime, all'interno delle quali si riuniscono per pregare, sebbene niente impedisca loro di fare ciò nelle loro case, perché è chiaro che il Signore ascolta dappertutto.» (Frammento 76)

Ed ecco che poi arriva la stoccata verso i cristiani, Porfirio esprime tutto il suo scandalo, perfettamente comprensibile, verso quel Dio che si sarebbe incarnato, quella che San Paolo chiamava "stoltezza".

«E anche se uno dei Greci avesse la mente così vuota, da credere che gli dei abitino dentro le statue, avrebbe un'idea più pura di colui che crede che il divino sia entrato nel ventre della vergine Maria, sia diventato embrione e, dopo la nascita, sia stato avvolto in fasce, pieno del sangue della placenta e della bile e di sostanze ancora più disgustose di queste.» (Frammento 77)

Non so voi, però io provo compassione e rispetto per Porfirio, oltre che per essere stato un grande filosofo, anche per questo suo testo. Questo è uno degli ultimi colpi di coda dell'antichità pagana nel tentativo di non scomparire (l'ultimo sarà dell'imperatore Giuliano). Porfirio si rendeve ben conto di come la sua cultura, con un lungo e glorioso passato, stesse finendo. I cristiani erano ancora perseguitati, e gli anni di Costantino dovevano ancora venire, ma Porfirio aveva già intuito che il suo mondo fosse ormai avviato verso il suo termine. Questa era la sua reazione. Certamente i suoi argomenti contro i cristiani non sono efficaci, ma Porfirio era un avversario onesto ed intelligente, e va rispettato.

I suoi argomenti testimoniano anche la grande novità apportata dal cristianesimo, per certi aspetti molto distante dalla cultura pagana, laddove si vede che Porfirio non riesce a comprendere alcuni aspetti essenziali del nuovo credo, come ad esempio il perdono dei peccati. Da questo stralcio, l'ultimo che riporto, si evince comunque il netto rigore morale di Porfirio (e quindi dell'etica dei pagani), smentendo i libertini di oggi che vorrebbero far credere che sia stato il cristianesimo ad introdurre dei precetti troppo duri, vagheggiando di una fantasiosa cultura greca che invece sarebbe stata aperta e permissiva.

«Dicci dunque, mio caro, a noi che seguiamo le tue riflessioni, perché l'Apostolo dice: "Ma alcuni di voi eravate tali cose (certamente cose deplorevoli), ma siete stati lavati e santificati e giustificati nel nome del Signore Gesù Cristo e nello Spirito del nostro Dio". In effetti ci stupiamo e siamo veramente imbarazzati nell'animo per questo genere di cose, se un uomo, una volta lavato da tali brutture e nefandezze, appaia puro; se, lavate le vergogne di tale mollezza (presente) nella vita: lussuria, adulterio, ubriachezza, furto, sodomia, magia e una miriade di azioni deplorevoli e nauseanti, è liberato senza fatica col solo battesimo e l'invocazione del nome di Cristo, e si spoglia di ogni peccato come il serpente si spoglia della vecchia pelle. Quindi chi non si arrischierebbe ad azioni turpi, dicibili e indicibili, e chi non compirebbe azioni indicibili a parole, né sopportabili coi fatti, sapendo che da tali esecrabilissime azioni otterrà l'assoluzione, purché avrà fede e si battezzerà e spererà di ottenere il perdono da parte di colui che deve giudicare i vivi e i morti? Queste considerazioni spingono colui che lo ascolta a peccare, queste insegnano in ogni occasione a fare cose illegali, queste sanno allontanare l'insegnamento della legge, e che la stessa giustizia non ha alcun potere contro i fuorilegge, queste introducono nel mondo un empio modo di vivere e insegnano a non temere in alcun modo l'empietà, dal momento che un uomo col solo battesimo si libera di un cumulo di migliaia di peccati. Perciò questa è la scaltra invenzione del detto.» (Frammento 88)

Trovo assai curioso il fatto che, oggi, certo "cattolicesimo" progressista interpreti il passo dell'Apostolo esattamente come lo interpretava il pagano Porfirio: la fede cristiana ed il battesimo porrebbero l'uomo al di là di qualsiasi legge. Con la differenza che Porfirio deplorava la cosa, i progressisti "cattolici" invece esultano per questo.

Nessun commento: