martedì 3 febbraio 2015

La conoscenza "per connaturalità" delle verità di fede



Incontri, discussioni e letture varie mi hanno convinto che il pensiero cattolico contemporaneo (almeno la parte di esso più diffusa e visibile) sia troppo fideista, anche se dice di non esserlo, ma la cosa con il tempo credo si potrà aggiustare. Potrebbe essere solo una mia impressione e magari sto sbagliando, ma di fatto ormai da tempo tutti mi dicono più o meno le stesse cose: mi parlano di fiducia, di rapporto personale, di slancio, di abbandono, di scommessa etc. Ho il sospetto che ormai non mi verrà detto niente di molto diverso da questo. Ora, o sono io che non capisco quanto mi viene detto (e potrebbe pure essere), oppure c'è che nessuno (o quasi) finora sembra interessato a risolvere la questione teoretica fondamentale, ossia di come possa essere comunicata attraverso un rapporto intimo ed ineffabile una verità universale. Né potrò mai accettare il discorso che per renderci liberi Dio si nasconda. La libertà c'è solo nella verità, e non c'è nulla di nascosto che non debba essere rivelato.
La conferma di questa carenza del pensiero contemporaneo l'ho avuta ritornando ad un aspetto della dottrina del mio caro Tommaso che mai mi era stato suggerito prima, seguendo il consiglio di un amico che mi ha portato a conoscere quella che l'Angelico chiamava conoscenza "per quandam connaturalitatem" o "per modum inclinationis". Cerco di renderla come posso in poche parole.
Si tratta di una forma di conoscenza che non è discorsiva, e non può essere appresa con lo studio, ma solo per esperienza (e fin qui nessun problema, sono un realista, non un razionalista che pretende di dedurre il reale col pensiero). Nell'esperienza concreta entra in gioco la volontà, ossia l'inclinazione, vale a dire appetiti, desideri, passioni, emozioni. Non sono oggetto di conoscenza, ma di appercezione, e quanto al loro contenuto, in quanto appercezioni, sono effettivamente incomunicabili. La volontà (l’inclinazione, l’appetito) in quanto tale è cieca, è sempre l'intelletto che illumina e presenta l'oggetto della volontà alla volontà stessa. Tuttavia, nel caso delle verità di fede, inconoscibili dall’intelletto, è possibile, e questo è il nocciolo della dottrina tomista in discussione, che la sola volontà apporti una certa conoscenza.
Quel che vedo appunto nei cristiani è la certezza della loro esperienza dell'incontro personale con Cristo, ma è un'esperienza che, presa a sé, resta, come ogni esperienza, chiusa in se stessa; ognuno ha le sue esperienze e nessuno può fare le esperienze degli altri, ogni esperienza è propria di chi la fa.
Ma ecco come mi pare di capire possa essere risolto il nodo che impedisce il passaggio alla conoscenza universale. L'esperienza può essere solo vissuta dal soggetto, tuttavia può esser compresa intersoggettivamente la relazione che essa ha con ciò che l'intelletto intende, ciò che è universale ed oggetto di discorso. Esempio: posso comprendere il significato della castità, o di qualsiasi altra virtù, studiando, ma la conoscenza sarà certamente migliore praticando quella virtù, perché l'esperienza integrerà la conoscenza "per studium" con elementi concreti altrimenti indeducibili, e che dipenderanno da passioni, inclinazioni, emozioni, sentimenti. E viceversa, non posso conoscere direttamente il contenuto dell'esperienza di chi vive una virtù, ma posso capirne il valore, e dunque incamminarmi anch'io su quella strada, se capisco a quali esigenze fondamentali radicate nella mia universale essenza umana quella virtù corrisponde e dà soddisfazione. E siccome l'essenza umana, con i suoi fini propri, è qualcosa che posso capire (è oggetto di indagine filosofica), a quel punto sono pronto ad incamminarmi sulla strada di quella virtù. Ecco perché Tommaso parla di connaturalità, perché si tratta di riconoscere nelle esperienze (ineffabili nel loro contenuto proprio) una sintonia ed una relazione essenziale con la nostra natura, la realizzazione del nostro essere più profondo.
Per la fede dovrebbe essere la stessa cosa, o almeno così ho capito io. Io posso ammettere che si possa avere una fede semplice, credere senza prove, senza dimostrazioni, e avere la piena certezza delle verità di fede per rivelazione intima (del resto Dio, se si rivela, lo fa con chi vuole e come vuole), ma questo poi sarebbe valido solo per il singolo credente. Ci si troverebbe come San Paolo, che sarà pure stato folgorato sulla via di Damasco, ma che cosa abbia davvero vissuto io non lo so e lui non potrà mai comunicarmelo; quindi come può convincermi? E ancora, quando un cristiano mi dice che in Cristo trova la speranza, la sicurezza, la salvezza ecc., come posso sapere che sia vero e che non stia in realtà rifugiandosi in un'illusione?
È qui che la teoresi mi sembra debba avere la sua funzione: nel mostrare come la Rivelazione cristiana porti a concreto compimento quanto già potevamo conoscere e comprendere con il lume naturale; nel mostrare la connaturalità dell'esperienza cristiana con la nostra essenza che in tale esperienza raggiunge la sua piena attualità, la sua perfezione; nello spiegare come nell’esperienza di fede si viva un’inclinazione verso un oggetto non (chiaramente) illuminato dall’intelletto e tuttavia appetitivamente appercepito come perfettamente ed essenzialmente conforme alla nostra natura.
Non si può dunque capire senza viverlo, ma si può capire perché viverlo, perché affidarsi a chi ci conduce per quella strada, e sapere che, se tutto "funziona" e se ne ricava soddisfacimento, non può trattarsi di illusione, perché la nostra piena realizzazione, la piena soddisfazione delle nostre esigenze essenziali, è reale, è concreta e tangibile, non è un abbaglio. E così teoria ed esperienza, universale e concreto, anima e corpo, si integrano perfettamente compiendosi l'uno nell'altro.
Ecco, se tutto questo che ho scritto ha senso, se non ci sono errori e passaggi ingiustificati, allora val la pena di provare, e stare a vedere che succede. Per farlo è necessario che si instauri una relazione forte con chi quella strada la conosce già, e che ci aiuti a capire e a vivere la stessa esperienza. (Tutto ciò risponde anche all'obiezione sul rischio di conformismo nella fede esposto nel mio precedente post.)

2 commenti:

Mauro ha detto...

E' davvero un grande piacere leggere della conoscenza 'per quandam connaturalitatem' su questo tuo blog!
Qui si segna il passaggio dalla filosofia come 'perfectum opus rationis' alla mistica
cristianamente intesa, che sta tutto interno all’opzione fondamentale per la fede. Opzione che può non esserci, anche per una consapevole scelta di fedeltà nei confronti della filosofia, quasi a tutela dal rischio d’una sua possibile contaminazione fideistica, tutela pretesa anch’essa per una sorta di 'fede'
nella possibilità che il pensiero filosofico, mediazione dell’esperienza, possa vivere nella sua purezza (e libertà) espungendo fuori di sé – fatto salvo il cespite originario – anche quella importante parte esperienziale che sta invece al di là di una previa, concreta e vitale decisione ad aprirvisi, la stessa poi che potrebbe dire invece qualcosa di ‘tangibile’ sul volto di Dio, come Esso si rivela nel cristianesimo. Detta in soldoni, possiamo usare la metafora hegeliana degli uomini che stanno sulla battigia a disquisire se sia o no possibile nuotare. Certamente si potranno dire cose sensate e stringenti sull'argomento da ambo le parti. E forse chi sostiene che si possa nuotare avrà le armi elenchtiche più affilate. Ma alla fine, per dirimere pienamente la questione, sarà necessario che qualcuno in acqua ci si butti, che 'decida' con un atto di ragionevole volontà di fare un tuffo. Anzi, per Florenskji quel passo è necessario per salvare la stessa ragione da quell'auto-referenzialità infine asfissiante. Santi è mistici sono tra coloro che il tuffo l'hanno fatto e son rimasti a galla. E dopo il tuffo hanno continuato ad usare la ragione per comprendere ed esprimere nel modo più universale possibile quell'esperienza. Ciò infatti non ha mortificato il loro intelletto, ma solo dato ad esso in pasto un nuovo e più ampio campo d'esperienza entro il quale esercitarsi, in una compenetrazione prismatica di facoltà intellettiva e volitiva, non soltanto
imparando, ma sperimentando le cose divine (non solum discens, sed et patiens divina), nella concretezza della sequela al Cristo, il quale in primis non dice 'siediti che ti spiego' ma 'vieni e vedi', fai esperienza, dopo ci potrai anche filosofare sopra, ma intanto 'seguimi'e conoscimi nella pienezza delle tue facoltà.

giulia tiscione ha detto...

Articolo bello e interessante. È proprio per la conoscenza "per connaturalità" che la fede passa attraverso la "stoltezza della predicazione", cioè annunciando a qualcuno la propria esperienza. Per quanto valga la mia opinione, ritengo tu abbia proprio un bel cervello, complimenti!:)